Stallo nucleare: gli USA minacciano di riaprire il conflitto con l’Iran
Da Singapore il Pentagono avverte: pronti a colpire se fallisce l’accordo nucleare. Trump esige lo smantellamento dell’uranio iraniano, Teheran nega l’intesa e chiede la fine delle sanzioni. Gli scontri di Bandar Abbas e la minaccia Houthi complicano il quadro.

La minaccia è arrivata da Singapore, dove il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha avvertito che gli Stati Uniti sono «più che capaci» di riprendere le ostilità contro l’Iran, qualora i negoziati indiretti in corso non approdassero a un’intesa soddisfacente. «I nostri arsenali sono più che adeguati», ha dichiarato al forum Shangri-La, mentre il Comando centrale ribadiva la presenza vigile delle forze americane nella regione. La tensione era già salita dopo che, venerdì, un vertice alla Casa Bianca non aveva sciolto la riserva su una bozza di accordo, che prevede una proroga di sessanta giorni della fragile tregua entrata in vigore l’8 aprile.
Le linee rosse dettate dal presidente Donald Trump restano d’ostacolo: distruzione delle scorte iraniane di uranio arricchito, divieto permanente di armi nucleari, accesso illimitato per gli ispettori dell’Aiea, sblocco graduale dei beni iraniani congelati solo per finalità umanitarie e garanzia di libera navigazione nello Stretto di Hormuz. Teheran, da parte sua, nega che vi sia un’intesa finale e chiede la revoca completa delle sanzioni, il ripristino dei livelli di arricchimento pre-2015 e garanzie internazionali vincolanti. I colloqui, mediati dall’Oman, restano incagliati su questi nodi.
La settimana ha visto i combattimenti più intensi dalla tregua, con attacchi americani al porto iraniano di Bandar Abbas e ritorsioni da parte di Teheran. Parallelamente, i ribelli yemeniti Houthi hanno minacciato di riprendere le offese nel Mar Rosso se non saranno aperti i valichi di Gaza, aggiungendo un ulteriore fattore di instabilità. Lo Stretto di Hormuz e le rotte commerciali che vi transitano, vitali per l’approvvigionamento energetico europeo e italiano, restano al centro di un braccio di ferro che intreccia il destino del programma nucleare con gli equilibri di sicurezza del Golfo.
Secondo analisti europei, la strategia americana oscilla fra pressione militare e ricerca di un «grande accordo», mentre l’Iran, fiaccato dalle sanzioni ma deciso a non cedere sulle proprie prerogative sovrane, tenta di guadagnare tempo. Il rischio che l’impasse porti a una nuova escalation è concreto, ma entrambe le parti paiono consapevoli dei costi di un conflitto aperto. La vera incognita è se la pazienza di Washington reggerà di fronte a un negoziato che si annuncia lungo e irto di diffidenze reciproche, oppure se prevarrà la logica di un’intesa che ridisegni l’architettura di sicurezza dell’intera regione.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Gli Stati Uniti ribadiscono la prontezza militare a riprendere gli attacchi contro l'Iran in caso di fallimento dei colloqui. Il capo del Pentagono sottolinea che Washington ha sia pazienza che capacità, mentre si valuta un'estensione della tregua di 60 giorni per dare più tempo ai negoziati.
Gli Stati Uniti minacciano di rilanciare l'offensiva militare contro l'Iran se non accetta le condizioni di Washington. Il Pentagono avverte di essere pronto ad attaccare di nuovo, mentre i colloqui di pace restano bloccati sulle richieste nucleari. La stampa latinoamericana evidenzia la pressione asimmetrica e mette in dubbio la sincerità dell'impegno statunitense per una soluzione negoziata.
Nonostante giorni di colloqui indiretti, un accordo di pace tra Washington e Teheran resta lontano. Il segretario alla Difesa americano dichiara che l'esercito potrebbe riprendere le operazioni in qualsiasi momento, sottolineando la fragilità della tregua. Gli analisti evidenziano il persistere delle divergenze sui termini nucleari e la mancanza di una decisione dopo la riunione di alto livello alla Casa Bianca.
Washington segnala di essere pronta a riprendere l'azione militare se Teheran non soddisfa tutte le sue condizioni. Il segretario alla Difesa conferma la piena prontezza operativa, mentre il presidente insiste che qualsiasi accordo deve bloccare definitivamente il percorso nucleare dell'Iran. Gli osservatori del Golfo notano l'alta posta in gioco per la stabilità regionale e lo stallo sull'arricchimento dell'uranio.
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