Stallo nei negoziati Iran-USA: Teheran esige 24 miliardi per un accordo
Il consigliere della Guida Suprema avverte: senza lo sblocco dei fondi congelati, la trattativa resta bloccata e il conflitto potrebbe estendersi oltre il Golfo Persico.

Le speranze di un’intesa tra Washington e Teheran si infrangono contro un muro finanziario: la richiesta iraniana di sbloccare 24 miliardi di dollari in asset congelati. In un’intervista alla CNN, Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema, ha dichiarato che «i negoziati sono a un punto morto» e che «la palla è nel campo di Trump». La cifra, equivalente a circa 22 miliardi di euro, verrebbe liberata in due tranche: 12 miliardi subito dopo la firma di un accordo provvisorio, altri 12 in una fase successiva. Un meccanismo pensato per costruire fiducia, ma che gli analisti occidentali leggono come un tentativo di erodere la leva negoziale americana.
La posizione iraniana, rilanciata con toni ultimativi dalla stampa araba e asiatica, riflette una strategia di pressione che associa la diplomazia alla minaccia militare. Rezaei ha avvertito che in caso di ripresa delle ostilità gli Stati Uniti entrerebbero in un «corridoio oscuro», e che il conflitto potrebbe allargarsi ben oltre il Golfo Persico. Da Nuova Delhi a Gerusalemme, i commentatori sottolineano come Teheran stia alzando la posta, respingendo anche l’ipotesi di un incontro diretto tra Trump e Khamenei, considerato ormai impraticabile.
L’amministrazione americana, dal canto suo, teme che cedere sui fondi significhi perdere una carta cruciale, proprio mentre invia emissari come Kushner e Witkoff a incontrare esperti nucleari per definire una strategia. Secondo fonti europee, l’impasse preoccupa Bruxelles, che vede nell’instabilità del Golfo un rischio diretto per gli approvvigionamenti energetici e per la sicurezza del Mediterraneo. L’Italia, in particolare, potrebbe risentire di un’eventuale escalation, data la sua dipendenza dalle rotte mediorientali del gas.
L’ombra dell’accordo nucleare del 2015, abbandonato da Trump nel 2018, aleggia sulla vicenda. Oggi come allora, il nodo centrale è la sfiducia reciproca e la gestione delle sanzioni. Mentre la retorica si infiamma, i canali diplomatici restano aperti, ma la finestra per un compromesso sembra assottigliarsi. La richiesta dei 24 miliardi non è solo una questione contabile: è un test politico sulla volontà di Washington di riconoscere uno spazio negoziale all’Iran. La risposta americana determinerà se il Medio Oriente virerà verso una tregua o verso una spirale di instabilità ancora più profonda.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Le richieste iraniane di sblocco dei fondi rappresentano un test per Trump. Fonti americane temono che cedere la leva finanziaria significhi perdere un importante strumento di pressione sul regime. Il negoziato appare in stallo e la palla è nel campo americano, con il rischio di un conflitto più ampio.
Teheran detta le condizioni per un accordo, esigendo lo sblocco immediato dei fondi congelati. Trump liquida la richiesta ricordando che gli iraniani, pur orgogliosi, non hanno altra scelta. In Europa si osserva con scetticismo l'irrigidimento delle posizioni.
La richiesta iraniana dei 24 miliardi è vista come un ostacolo negoziale. A Washington si teme che lo sblocco priverebbe l'amministrazione di una leva finanziaria decisiva. Il mondo degli affari osserva con pragmatismo lo stallo, consapevole che la pressione economica resta uno strumento chiave.
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