Powell in difesa della Fed: l’indipendenza come argine alle pressioni politiche
Al suo primo discorso dopo l’incarico, l’ex presidente Jerome Powell riceve il premio al coraggio della Fondazione Kennedy e lancia un monito contro le ingerenze di Trump, con Warsh alla guida.

Jerome Powell ha scelto la cornice solenne della Biblioteca John F. Kennedy a Boston per il suo primo intervento pubblico dopo aver lasciato la presidenza della Federal Reserve. Accettando il «prix du courage» conferitogli dalla fondazione per aver difeso l’autonomia della banca centrale, l’ex presidente ha lanciato un monito severo: «Se un’amministrazione trova il modo di rimuovere funzionari della Fed per divergenze di politica monetaria, allora lo faranno anche le amministrazioni future». Un’allusione neppure velata alle pressioni esercitate da Donald Trump, che durante il suo secondo mandato ha ripetutamente chiesto tassi più bassi e ha tentato, secondo fonti americane, di licenziare la governatrice Lisa Cook.\n\nLe parole di Powell suonano come un test di resistenza per le istituzioni democratiche americane. Non è un caso che la transizione alla guida della Fed abbia portato alla nomina di Kevin Warsh, figura più vicina agli ambienti della Casa Bianca e meno incline a marcare distanze dall’esecutivo. Secondo analisti europei, questo cambio al vertice rappresenta un campanello d’allarme per l’intero sistema di banche centrali indipendenti, un modello che proprio la Fed ha contribuito a diffondere nel mondo dopo la stagione della grande inflazione degli anni Ottanta.\n\nDall’Asia, osservatori sottolineano il tentativo di blindare uno degli ultimi presidi di autonomia in un’America sempre più polarizzata, mentre da Mosca la stampa russa mette in guardia sul rischio di un effetto domino: se la credibilità della Fed viene erosa, a farne le spese sarà il dollaro come valuta di riserva globale, con conseguenze ben oltre i confini statunitensi. In Medio Oriente, l’accaduto è letto attraverso la lente della solidità dell’architettura finanziaria internazionale.\n\nPer l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice. Da un lato, la Banca centrale europea osserva con preoccupazione ogni tentativo di asservire la politica monetaria ai cicli elettorali, sapendo che le pressioni sovraniste non risparmiano Francoforte. Dall’altro, un deterioramento della fiducia nella Fed avrebbe ripercussioni immediate sui mercati obbligazionari e sul cambio euro-dollaro, con impatti diretti sul costo del debito pubblico italiano. In un mondo in cui l’inflazione resta una minaccia latente, ha ammonito Powell, «il pubblico perderebbe la fiducia nel fatto che la banca centrale prenda decisioni basandosi unicamente su ciò che è meglio per tutti gli americani». Un monito che, varcando l’Atlantico, risuona come un messaggio universale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Jerome Powell ha ricevuto il «premio al coraggio» per aver difeso l'indipendenza della Fed dalle pressioni di Trump. La banca centrale sta attraversando un test di resistenza senza precedenti, e il coraggio dimostrato è stato celebrato come baluardo per la stabilità monetaria.
L'ex presidente della Fed ha lanciato un allarme: la politicizzazione della banca centrale minerà la fiducia degli investitori. Ha sottolineato che se un'amministrazione riesce a rimuovere i vertici per disaccordi politici, le future amministrazioni faranno lo stesso, distruggendo la credibilità dell'istituzione.
L'intervento di Powell al Premio Kennedy è stato usato come piattaforma per ribadire la necessità di istituzioni indipendenti. Ha descritto università, tribunali e la Fed come pilastri della democrazia, ma ha avvertito che affrontano una prova di resistenza.
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