Petrolio verso i 100 dollari, la tregua in Medio Oriente è un ricordo
Nuovi scontri tra Usa e Iran fanno volare il greggio; Brent a 97,8 dollari. Mercati in allarme per l’inflazione, l’Italia rischia rincari.

I prezzi del petrolio hanno nuovamente superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, sospinti dalla rinnovata tensione tra Washington e Teheran, che ha spento ogni residua speranza di pace in Medio Oriente. Il Brent del Mare del Nord, riferimento per i mercati europei, ha chiuso la seduta di mercoledì in rialzo dell’1,9%, attestandosi a 97,81 dollari, dopo aver toccato un picco intraday di 98,99 dollari. Analogo balzo per il West Texas Intermediate, salito del 2,4% a 96,02 dollari. A scatenare l’impennata è stata la sequenza di attacchi incrociati tra forze americane e iraniane, che ha riportato il conflitto a livelli di allarme mai visti dalle ultime settimane.
La tregua siglata lo scorso 8 aprile, già fragile, è ormai un ricordo. Proiettili iraniani hanno colpito l’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando una vittima, mentre l’aviazione statunitense ha risposto con incursioni sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Fonti mediorientali sottolineano come la rottura del cessate il fuoco comprometta qualsiasi prospettiva di normalizzazione delle rotte petrolifere, vitali per l’approvvigionamento energetico globale. La comunità diplomatica europea, da Bruxelles, segue con apprensione un’escalation che minaccia di innescare una nuova crisi inflazionistica.
Sui mercati finanziari, il quadro è contrastato. Wall Street ha aperto in territorio negativo – con Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq in flessione – mentre i titoli energetici hanno beneficiato del rialzo delle quotazioni. Per l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di greggio, il rincaro si traduce in un immediato aumento dei costi industriali e dei carburanti alla pompa, aggravando le pressioni sui bilanci delle famiglie. Gli analisti avvertono che il permanere delle quotazioni sopra i 95 dollari potrebbe rallentare il percorso di rientro dell’inflazione, costringendo la Banca Centrale Europea a valutare con cautela i prossimi tagli dei tassi.
La prospettiva di un conflitto prolungato getta ombre sulle previsioni economiche globali. Gli investitori, scrivono gli osservatori asiatici, scontano già un premio di rischio destinato a durare. Per il governo di Buenos Aires, l’impennata del greggio rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato sostiene i proventi delle esportazioni energetiche, dall’altro alimenta l’inflazione interna. A Teheran, invece, si incassa il beneficio di vendite petrolifere a prezzi elevati, nonostante le sanzioni. In questo scenario, solo un reale cessate il fuoco – che al momento appare lontano – potrebbe riportare la calma sui listini e alleviare le tensioni sui consumatori europei.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il greggio si spinge verso i 100 dollari. I nuovi scontri tra Stati Uniti e Iran allontanano ogni prospettiva di cessate il fuoco, mentre i mercati temono uno shock inflazionistico globale.
Il Brent si mantiene in rialzo a 97,58 dollari al barile. Gli operatori restano in attesa, monitorando i segnali di escalation in Medio Oriente.
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Un micidiale attacco iraniano sull'aeroporto di Kuwait uccide un civile: una flagrante violazione che esige una reazione immediata. Il regime degli ayatollah continua a seminare terrore, minacciando la sicurezza dell'intera regione.
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