Oro sospeso tra le speranze di pace a Hormuz e i fantasmi dell'inflazione
Le quotazioni oscillano fra 4.490 e 4.520 dollari l'oncia, in attesa dei colloqui USA-Iran e dei dati sui consumi americani. L'incertezza frena anche le piazze finanziarie europee.

Il prezzo dell'oro si muove in un corridoio stretto, incapace di trovare una direzione definitiva. Nelle ultime ore il metallo ha prima ceduto qualche decina di dollari, per poi risalire appoggiandosi alla debolezza del biglietto verde, che rende le commodities più convenienti per chi detiene altre valute. Un andamento schizofrenico che rispecchia la tensione irrisolta sullo scenario mediorientale: da un lato la cauta speranza di un'intesa tra Washington e Teheran, dall'altro lo spettro di nuove escalation che infiammerebbero subito la domanda di beni rifugio.
Secondo le ricostruzioni della stampa araba e persiana, l'accusa mossa martedì dall'Iran – gli Stati Uniti avrebbero violato il cessate il fuoco colpendo obiettivi nei pressi dello Stretto di Hormuz – ha raffreddato gli ottimismi che filtravano da entrambe le capitali. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha parlato di un negoziato che potrebbe richiedere «pochi giorni», lasciando intendere che la finestra diplomatica non è ancora chiusa. Una partita il cui esito, osservano gli analisti di Bruxelles, pesa direttamente sulle economie europee: un'interruzione prolungata dei transiti attraverso Hormuz farebbe schizzare i costi energetici, alimentando proprio quell'inflazione importata che le banche centrali del Vecchio Continente stanno faticosamente cercando di domare.
Non è un caso che tutti gli occhi siano puntati sui prossimi interventi dei vertici della Federal Reserve, in particolare del vicepresidente Philip Jefferson e della governatrice Lisa Cook, e sul dato relativo all'indice PCE in uscita domani. I mercati vogliono capire se la banca centrale americana si sentirà costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva per contrastare le pressioni inflazionistiche che, come segnalato dal calo della fiducia dei consumatori statunitensi a maggio, sono già percepite dalle famiglie e rischiano di essere esacerbate dai rincari energetici legati al conflitto.
Da Pechino l'ottica è complementare: un dollaro debole e una Fed meno aggressiva sostengono le quotazioni delle materie prime, ma un'escalation militare che strangoli i traffici marittimi colpirebbe l'intero commercio globale, allontanando la prospettiva di una stabilizzazione. Gli operatori mediorientali, intanto, raccontano di un metallo giallo entrato in una fase di «lunga consolidazione», in cui il trend strutturale resta ribassista ma la volatilità impedisce prese di posizione nette. Per le famiglie italiane, tradizionalmente legate all'oro come forma di risparmio difensivo, questo braccio di ferro tra geopolitica e segnali macroeconomici significa navigare a vista, sospesi fra la prudenza e la tentazione di approfittare di prezzi che, in termini reali, restano storicamente elevati.
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