OPEC+ al quarto rialzo delle quote: la guerra in Iran svuota i barili
Previsto un aumento simbolico di 188mila barili al giorno da luglio, ma con lo Stretto di Hormuz bloccato la produzione reale crolla e i prezzi raddoppiano: l'offerta resta in trappola.

I ministri dei ventuno Paesi dell’OPEC+ si riuniscono oggi in modalità telematica con l’obiettivo di approvare un quarto incremento consecutivo degli obiettivi di produzione petrolifera. Secondo fonti vicine al cartello, i sette membri chiave — Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakistan, Russia e Oman — dovrebbero aumentare le quote di circa 188.000 barili al giorno a partire da luglio, in linea con il rialzo già deciso per giugno. Si tratterebbe dell’ultimo tassello di un’escalation che da aprile ha portato a un incremento nominale di quasi 600.000 barili al giorno, nel tentativo di raffreddare quotazioni raddoppiate dallo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran.
La realtà dei flussi fisici, tuttavia, rende queste manovre poco più che simboliche. Dalla fine di febbraio, quando attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno di fatto sigillato lo Stretto di Hormuz, il Golfo Persico non riesce più a garantire transiti regolari. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale, non è in grado di soddisfare le richieste dei clienti, e secondo i dati dell’OPEC la produzione complessiva del gruppo è scesa a 33,19 milioni di barili al giorno in aprile, contro i 42,77 milioni di febbraio. La crisi è stata aggravata dalla decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l’Organizzazione dopo quasi sessant’anni, privando il cartello di un attore capace di modulare l’offerta. Di conseguenza, analisti di diverse sponde concordano: l’aumento delle quote non sposterà l’ago dei prezzi.
Dagli osservatori di Bruxelles, l’attenzione si concentra sull’impatto per l’Europa mediterranea. L’Italia, che dipende in larga misura dal greggio transitante per Hormuz, vede i costi energetici lievitare in una fase già segnata da tensioni inflazionistiche. La Banca Centrale Europea monitora con apprensione un mercato dove ogni annuncio dell’OPEC+ produce più volatilità che effetti concreti. Da Mosca, la partecipazione russa all’intesa offre un paradosso: mentre il Cremlino asseconda l’aumento teorico, le proprie esportazioni restano condizionate da sanzioni e rotte alternative onerose. Non diverso il quadro che filtra da Teheran: la guerra ha trasformato il Paese in un attore passivo, mentre i suoi vicini del Golfo subiscono l’impossibilità di onorare i contratti.
La riunione di oggi non dovrebbe riservare sorprese, ma conferma il paradosso di un cartello che alza le quote mentre la produzione reale sprofonda. Finché lo Stretto rimarrà ostaggio del conflitto, nessuna decisione ministeriale potrà lenire una crisi dell’offerta che, secondo molti analisti, è destinata a protrarsi. L’unica variabile in grado di riportare equilibrio sui mercati resta la durata della guerra, mentre i consumatori globali — dall’Europa all’Asia — si preparano a un’estate di prezzi alti e rifornimenti incerti.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Con la guerra in Iran che ha chiuso lo Stretto di Hormuz, i ministri OPEC+ si riuniscono per alzare le quote, ma gli analisti avvertono che la paralisi geopolitica renderà quasi nullo l'effetto sui prezzi. Il greggio è quasi raddoppiato dalla fine di febbraio, alimentando l'inflazione mondiale, mentre la capacità reale di produzione del cartello è stata svuotata dal conflitto.
L'OPEC+ lotta per salvare il mercato petrolifero da una crisi innescata dalla guerra americana contro l'Iran, che ha interrotto i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz generando il più grande shock di forniture di sempre. Persino membri chiave come l'Arabia Saudita non riescono a soddisfare la domanda dei clienti, e l'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'organizzazione dopo sessant'anni aggrava la catastrofe.
Le nazioni OPEC+, Russia inclusa, dovrebbero approvare un ulteriore aumento degli obiettivi di produzione a luglio, ma l'output reale è calato a causa del calo delle esportazioni dai paesi del Golfo Persico. La guerra tra Stati Uniti e Iran continua a impedire a diversi partecipanti di incrementare l'offerta, anche se il gruppo ha alzato le quote di quasi 600.000 barili al giorno in tre mesi.
L'OPEC+ sembra pronta ad adottare un quarto aumento mensile consecutivo delle quote di produzione petrolifera dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, con luglio che dovrebbe salire di 188.000 barili al giorno. La guerra americana con l'Iran ha strangolato le forniture del Golfo e impedito all'Arabia Saudita di servire completamente i clienti, mentre l'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC aggrava il caos.
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