Nuovo assalto daziario di Trump: la scusa del lavoro forzato e la reazione globale
Dopo lo stop della Corte Suprema, l’amministrazione Usa impone tariffe del 10-12,5% a 60 Paesi. Lula attacca: 'Non siamo una republiquetta'. Ue e alleati contestano, mentre si profila il G7.

L’amministrazione Trump ha inaugurato una nuova offensiva daziaria, proponendo tariffe aggiuntive del 10 o del 12,5 per cento su 60 Paesi, inclusi gli Stati membri dell’Unione Europea, con la giustificazione ufficiale di un contrasto insufficiente al lavoro forzato nelle catene globali di approvvigionamento. La mossa arriva a pochi mesi dalla sentenza della Corte Suprema che aveva dichiarato illegali i dazi “d’emergenza” imposti in precedenza, costringendo la Casa Bianca a cercare nuovi appigli giuridici. L’inchiesta condotta dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (USTR) ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974 ha concluso che i partner commerciali non avrebbero adottato misure efficaci per impedire l’importazione di beni realizzati con manodopera forzata, un’argomentazione che molti osservatori leggono come un pretesto protezionistico malcelato.
Il Brasile è stato tra i più colpiti dall’annuncio e ha reagito con veemenza. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, che solo un mese fa aveva incontrato Trump alla Casa Bianca, si è detto “sorpreso” e ha dichiarato che il Paese “non può accettare di essere trattato come una republiquetta insignificante”. Lula ha attaccato personalmente il segretario di Stato Marco Rubio, definendolo “un latinoamericano frustrato”, e ha annunciato l’intenzione di inviare una lettera a Trump e di cercare nuovi partner commerciali, citando la Cina come alternativa. Nel mirino è finito anche il Pix, il sistema di pagamento istantaneo brasiliano, accusato dall’USTR di favorire il Banco Central a danno delle società americane. Il governo di Brasilia ha evocato la legge di reciprocità, approvata dal Congresso, come possibile strumento di ritorsione, mentre la campagna elettorale per le presidenziali del 2026 si scalda: l’opposizione guidata da Flávio Bolsonaro attribuisce la crisi alla politica estera “provocatoria” di Lula.
Sul fronte multilaterale, le reazioni non si sono fatte attendere. L’Unione Europea, attraverso il portavoce della Commissione, ha definito le tariffe “ingiustificate” e ha ricordato gli impegni assunti nell’accordo di Turnberry del 2025, che escludeva nuovi dazi tra le parti. Il Canada, pur condividendo le preoccupazioni sul lavoro forzato, ha annunciato che rafforzerà i propri controlli, ma il premier Mark Carney ha sottolineato che l’85% del commercio con gli Stati Uniti resta protetto dalle regole del T-MEC. Il Messico ha ottenuto rassicurazioni analoghe, mentre l’India ha dichiarato di “rimanere impegnata” nel dialogo con Washington. L’Australia ha respinto le accuse definendo i dazi “ingiustificati” e lesivi dell’accordo di libero scambio bilaterale. In tutti i casi, la sensazione è che l’amministrazione Trump stia usando la lotta al lavoro forzato come leva per forzare concessioni commerciali più ampie.
In questo clima teso, si profila un confronto ad alto livello: sia Trump sia Lula hanno confermato la loro partecipazione al vertice del G7 di metà giugno in Francia, dove un bilaterale potrebbe offrire una via diplomatica per scongiurare l’entrata in vigore delle nuove tariffe, prevista per metà luglio. La Casa Bianca ha anche annunciato che Trump parteciperà al summit della NATO in Turchia, segnalando che, nonostante le frizioni con gli alleati, Washington intende mantenere un ruolo attivo nei consessi internazionali. Ma la sostanza della politica commerciale americana appare ormai dettata da una strategia di pressione unilaterale, che rischia di accelerare la frammentazione del sistema multilaterale e spingere Paesi come il Brasile a diversificare rapidamente i propri partenariati.
Al di là delle giustificazioni ufficiali, la nuova ondata di dazi conferma un modus operandi: dopo ogni stop giudiziario, l’amministrazione Trump rilancia con un diverso cavillo legale. Il fatto che 60 Paesi, responsabili del 99,4% delle importazioni statunitensi, siano accomunati da una presunta tolleranza verso il lavoro forzato appare a molti analisti come una generalizzazione strumentale. Se l’obiettivo è riequilibrare la bilancia commerciale, il costo rischia di essere pagato dalle imprese e dai consumatori globali, mentre si apre una stagione di negoziati febbrili e di reciproche ritorsioni che potrebbe ridefinire gli equilibri del commercio mondiale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L’amministrazione Trump tenta per la terza volta di erigere barriere tariffarie globali, usando il pretesto del lavoro forzato per aggirare la bocciatura della Corte Suprema. Si tratta di una manovra cinica che danneggia i partner commerciali e minaccia l’economia globale.
Il Brasile e altri paesi latinoamericani sono vittime della guerra tariffaria di Trump, che usa come scusa il lavoro forzato per colpire le loro economie. Il presidente Lula denuncia l’ipocrisia americana e minaccia ritorsioni, mentre la questione si trasforma in arma elettorale interna.
Trump parteciperà al vertice NATO in Turchia e al G7 in Francia, confermando l’impegno degli Stati Uniti nelle alleanze internazionali. La stampa russa ignora le nuove minacce tariffarie e si concentra esclusivamente sugli appuntamenti diplomatici.
Lula sfida apertamente gli Stati Uniti dichiarando che venderà i prodotti brasiliani ad altri, ringraziando la Cina per l’apertura alla carne bovina. La stampa cinese presenta Pechino come un partner commerciale affidabile in un momento di aggressione tariffaria americana, celebrando il distacco dal mercato USA.
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