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domenica 7 giugno 2026 · Edizione delle 20:00 CET

Mondiale e guerra: l’Iran sbarca a Tijuana, visti negati dall’America

La squadra iraniana arriva in Messico dopo un braccio di ferro diplomatico con gli Stati Uniti, che hanno concesso visti solo ai giocatori e limitato l’accesso ai match day. Un precedente senza uguali.

Sport30 testate7 lingue3 min letturaAgg. 21:32

L’alba di domenica 7 giugno, l’aereo della nazionale iraniana atterra a Tijuana. Scortata da un cordone di soldati e poliziotti messicani, la “Team Melli” lascia la Turchia dopo tre settimane di ritiro forzato. Alle 5 del mattino, pochi tifosi sventolano bandiere all’esterno dell’aeroporto, mentre il pullman blindato si dirige verso l’hotel Marriott, base improvvisata per un mondiale che per Teheran è già una battaglia diplomatica. Mai nella storia della Coppa del Mondo una squadra si era trovata a competere in un paese con cui il proprio governo è in guerra aperta, dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele del febbraio scorso che hanno ucciso la guida suprema iraniana e innescato un conflitto ancora in corso.

La tensione con Washington ha raggiunto il parossismo. Nonostante i visti concessi in extremis ai ventisei calciatori, almeno quindici membri dello staff tecnico e amministrativo – tra cui il direttore esecutivo Mehdi Kharati, il segretario generale Hedayat Mombini e il responsabile media Mohsen Motamedkia – sono rimasti esclusi. L’ambasciata iraniana in Turchia denuncia “la peggiore interferenza politica nello sport”, parlando di un “insabbiamento” delle promesse americane, mentre da Washington un funzionario della Casa Bianca giustifica la misura con la necessità di “impedire a terroristi di entrare sotto falsi pretesti”. A complicare il quadro, la regola – confermata dall’ambasciatore a Città del Messico, Abolfazl Pasandideh – che impone alla squadra di entrare e uscire dagli Stati Uniti il giorno stesso delle partite, rendendo impossibile ogni preparazione o permanenza sul suolo americano.

Il nodo dei visti ha costretto gli iraniani a rivedere l’intera logistica. Il ritiro originariamente previsto a Tucson, in Arizona, è stato cancellato per le incertezze burocratiche, e la federazione ha scelto il Messico su invito della FIFA e del governo locale, che ha garantito la sicurezza senza “motivi per negare l’ospitalità”, come dichiarato dalla presidente Claudia Sheinbaum. “Ringraziamo il Messico e la FIFA – ha dichiarato l’allenatore Amir Ghalenoei – ma la differenza di fuso orario di dodici ore ci penalizza, e saremmo dovuti arrivare una settimana prima”. La vicenda ha riacceso il dibattito sul ruolo della politica negli eventi sportivi globali: per la prima volta nella storia dei Mondiali, una nazione ospitante è in guerra con una delle partecipanti, e l’impianto di regole della FIFA mostra tutte le sue crepe quando si scontra con la ragion di Stato.

Le reazioni internazionali riflettono la frattura geopolitica. Da Bruxelles e dalle capitali latinoamericane filtra preoccupazione per il precedente che mina l’universalità dello sport, mentre gli analisti mediorientali denunciano un doppio standard rispetto ad altre crisi. Pechino e Mosca, pur senza esporsi ufficialmente, osservano con interesse la gestione americana, che potrebbe indebolire la credibilità di future candidature mondiali. Per l’Iran, il mondiale è già un teatro di resistenza simbolica: scenderà in campo con una delegazione ridotta e con l’accusa di discriminazione presentata alla FIFA, in attesa di un verdetto che potrebbe ridefinire il rapporto tra sport e sovranità. Intanto, anche giornalisti iraniani e africani lamentano visti negati, sollevando interrogativi sulla capacità degli Stati Uniti di ospitare un evento globale senza tradirne lo spirito.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa iraniana e affini/ regimeindignazionevittimismo

L’Iran denuncia il rifiuto dei visti per lo staff come un’ingerenza politica che calpesta gli ideali sportivi, mettendo la FIFA sotto pressione perché mantenga le sue promesse. La vicenda rivela come le tensioni geopolitiche compromettano l’equità della partecipazione mondiale.

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Le restrizioni sui visti per lo staff iraniano vengono presentate come una necessaria precauzione di sicurezza, volta a impedire che elementi ostili approfittino del torneo. L’accento cade sulla legittimità dei controlli verso uno Stato considerato avversario in guerra.

Stampa latinoamericana/ bolivariana_progressistaindignazioneallarme

L’arrivo della nazionale iraniana a Tijuana sottolinea come l’ostilità degli Stati Uniti abbia trasformato il Mondiale in un campo di battaglia geopolitico. Il Messico emerge come anfitrione solidale che offre rifugio a una squadra intrappolata in una disputa bellica, mentre Washington impone limiti severi agli ingressi.

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