Mondiale 2026: Iran senza Azmoun, Iraq torna dopo 40 anni
L'esclusione del bomber Sardar Azmoun dalla nazionale iraniana per motivi politici e il ritorno dell'Iraq dopo quattro decenni segnano le convocazioni in vista del torneo nordamericano.

La notizia più clamorosa delle convocazioni per i Mondiali 2026 arriva dall'Iran: Sardar Azmoun, terzo miglior marcatore nella storia della nazionale con 57 gol in 91 presenze, è stato escluso dalla lista dei 26 giocatori. La decisione del commissario tecnico Amir Ghalenoei – che ha ufficialmente parlato di "criteri tecnici" – appare in realtà carica di implicazioni politiche. A marzo, una foto su Instagram che ritraeva Azmoun accanto al primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, alleato degli Stati Uniti nel conflitto contro Teheran, aveva scatenato una violenta reazione da parte dei media statali iraniani, che avevano usato la parola "traditore". L'attaccante, che gioca e risiede proprio negli Emirati, con lo Shabab Al-Ahli, è rimasto un bersaglio delle polemiche, mentre la Federazione ha deciso di stabilire il ritiro della squadra a Tijuana, in Messico, per evitare problemi di visto e di sicurezza legati alla guerra tra Washington e la Repubblica Islamica.
La vicenda ha ricevuto un'attenzione globale, con prospettive diverse. I media di lingua araba e persiana hanno sottolineato il carattere politico dell'esclusione, mentre la stampa israeliana ha evidenziato come persino il vicepresidente iraniano avesse chiesto il reintegro del giocatore, segnalando divisioni interne. In Occidente, dalla Francia al Brasile, si è parlato di un campione sacrificato sull'altare della Realpolitik. La condanna "per tradimento" trova eco in un Iran isolato, dove lo sport è da sempre strumento di prestigio e controllo. Azmoun, nonostante il talento, paga il prezzo della sua esposizione mediatica in un Paese del Golfo percepito come ostile.
Sul fronte opposto, l'Iraq ha annunciato una rosa che segna il ritorno della nazionale a un Mondiale dopo quarant'anni di assenza – l'ultima partecipazione risale al 1986 in Messico. Il tecnico Graham Arnold ha scommesso su un gruppo di veterani e giovani talenti, con il bomber Aymen Hussein come terminale offensivo e Ali al-Hamadi dell'Ipswich Town tra le promesse. La squadra è inserita nel Gruppo I, già definito "gruppo della morte", insieme a Francia, Senegal e Norvegia: l'esordio è fissato per il 16 giugno a Boston contro gli scandinavi.
Mentre l'Iran si prepara ad affrontare il torneo in un clima di forte tensione geopolitica, con la scelta di non mettere piede sul suolo statunitense, l'Iraq cerca di riscrivere la propria storia calcistica. Le due federcalcio mediorientali incarnano così destini opposti: da un lato la sospettosa autorità di Teheran che piega lo sport alla propria agenda, dall'altro la speranza di un Paese che, pur tra le macerie, chiede una chance di normalità attraverso il pallone.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'Iran ha escluso Sardar Azmoun per ragioni politiche dopo la diffusione di una foto con il premier emiratino. La squadra si ritira in Messico anziché negli Stati Uniti a causa della guerra condotta da Washington e Israele contro la Repubblica Islamica.
Il regime iraniano ha estromesso il suo goleador dal Mondiale per una foto con un alleato degli Stati Uniti. L'esclusione è una punizione politica mascherata da scelta tecnica, che indigna l'opinione pubblica.
L'attaccante iraniano è stato escluso dopo aver criticato il regime. Persino il vicepresidente iraniano ne ha chiesto il reintegro, rivelando profonde spaccature interne.
L'Iraq ha annunciato i 26 convocati per il Mondiale senza sorprese. Il ct Arnold ha puntato sull'esperienza, tagliando sette giocatori dalla lista preliminare.
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