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Meta si ribella: tassare i social per le news è «grossolanamente ingiusto»

Canberra propone un’imposta fino al 2,25% sui ricavi delle piattaforme che non pagano gli editori. Meta parla di tassa discriminatoria, mentre cresce il dibattito globale sul finanziamento dell’informazione.

Diritto5 testate3 lingue3 min letturaAgg. 07:06

Meta ha duramente criticato il disegno di legge australiano che intende costringere i giganti del web a remunerare i media per la condivisione di notizie. In un post pubblicato nelle scorse ore, il gruppo di Menlo Park ha bollato l’iniziativa come «grossolanamente ingiusta» e «mal concepita», sostenendo che una simile tassa non farebbe altro che minare la diversità e la sostenibilità del settore dell’informazione. La proposta, svelata dal governo laburista nella tarda primavera, prevede un prelievo fino al 2,25 per cento dei ricavi australiani delle piattaforme digitali – Facebook, Instagram, ma anche Google e TikTok – qualora queste non raggiungano accordi commerciali con gli editori locali per compensare l’uso dei loro contenuti.

Il meccanismo, battezzato News Bargaining Incentive, rappresenta un’evoluzione del precedente News Media Bargaining Code del 2021, che aveva già portato a intese milionarie con le testate giornalistiche, ma la cui efficacia è stata messa in discussione dopo la scadenza di molti contratti. Secondo gli analisti di Canberra, l’obiettivo è salvare un panorama mediatico sempre più fragile, dove le testate tradizionali vedono i propri ricavi pubblicitari assorbiti dalle piattaforme, mentre queste ultime traggono profitto dall’interazione degli utenti con le notizie. L’ottica europea non è dissimile: negli ultimi anni l’Unione, attraverso la direttiva sul diritto d’autore, ha cercato di riequilibrare il rapporto tra editori e aggregatori, sebbene con risultati contrastanti. Anche in Italia lo scontro tra Google e gli editori ha mostrato quanto sia difficile trovare un punto di equilibrio.

La posizione di Meta è netta: quella proposta non sarebbe un incentivo ma una «tassa discriminatoria» che punisce ingiustamente le imprese tecnologiche. Il gruppo, che già in passato aveva minacciato di oscurare le notizie in Australia pur di non piegarsi a imposizioni simili, ha ribadito che la legge disincentiverebbe gli investimenti e l’innovazione sul continente. Parallelamente, Google e TikTok non si sono ancora espresse pubblicamente, ma le pressioni su di loro sono destinate a crescere. Da Bruxelles, osservatori seguono con attenzione lo scontro, che potrebbe fornire argomenti a chi spinge per nuove misure, come la cosiddetta “tassa sul link” già discussa in alcuni parlamenti nazionali.

La vicenda australiana si inserisce in una tendenza globale che vede un numero crescente di governi – dal Canada al Brasile, dall’India al Sudafrica – tentare di regolamentare il potere di mercato delle piattaforme nel settore dell’informazione. Tuttavia, l’esito non è scontato: in Canada, dopo l’adozione di una legge analoga, Meta ha semplicemente bloccato la condivisione di notizie sulle proprie reti, danneggiando di fatto gli editori che avrebbe dovuto proteggere. Se Canberra perseverasse, potrebbe innescare un braccio di ferro simile, con ripercussioni anche per gli utenti. In Europa, dove il Digital Services Act e il nuovo quadro sulla concorrenza promettono un approccio più strutturato, il banco di prova sarà la capacità delle istituzioni di imporre obblighi senza spingere le piattaforme a disertare il mercato. L’Australia, ancora una volta, fa scuola, ma resta da capire se la lezione sarà di successo o un monito per i regolatori di tutto il mondo.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa atlantica / anglosferaindignazioneurgenzascetticismo

Il governo australiano spinge una legge per obbligare le piattaforme tech a pagare gli editori per le notizie. Meta reagisce con veemenza, definendo la misura profondamente ingiusta e una tassa discriminatoria. Lo scontro mette in luce la lotta per la sopravvivenza dei media tradizionali contro la resistenza dei colossi digitali.

Stampa europea continentaledistaccoscetticismopragmatismo

Dall'Europa continentale si osserva con distacco il braccio di ferro australiano: Canberra propone un prelievo sui giganti digitali per finanziare il giornalismo, mentre Meta grida all'ingiustizia. La vicenda è letta come l'ennesimo episodio del confronto globale tra regolatori statali e libertà delle piattaforme.

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5 testate · 3 lingue · finestra 24 ore

Le Figaro4 giu, 03:26
Australian Broadcasting Corporation (ABC)4 giu, 04:27
Dagens Industri4 giu, 05:27
National Post4 giu, 03:27
Australian Financial Review (AFR)3 giu, 21:24