Manifattura globale a due velocità: l’IA spinge Stati Uniti e Taiwan, frena il Brasile
L’indice PMI globale resta stabile a 52,6, ma nasconde profonde divergenze: l’impennata americana a 54 e il boom di Taiwan contrastano con la contrazione brasiliana e la stagnazione cinese.

A maggio l’attività manifatturiera mondiale ha mantenuto un passo moderatamente espansivo, con l’indice PMI globale calcolato da S&P Global e JPMorgan stabile a 52,6, sopra la soglia dei 50 per il decimo mese consecutivo. Dietro questa apparente calma, però, si celano dinamiche contrastanti che riflettono la nuova geografia della produzione industriale: l’ascesa dell’intelligenza artificiale e le tensioni geopolitiche stanno ridisegnando le catene di fornitura, creando vincitori e vinti sempre più netti.\n\nNegli Stati Uniti l’indice ISM è salito a 54, il livello più alto in quattro anni, trainato da nuovi ordini (56,8) e produzione in accelerazione. Gli investimenti legati all’IA e gli incentivi fiscali hanno alimentato un rinnovato dinamismo, sebbene i costi delle materie prime restino elevati – il sotto-indice dei prezzi è rimasto sopra 82 – e l’occupazione fatichi a tenere il passo, con un valore ancora sotto 50. Taiwan ha registrato un vero e proprio boom: il PMI manifatturiero ha toccato 61,4, massimo da settembre 2021, spinto dalla domanda di semiconduttori e componenti elettronici per l’IA. La filiera asiatica beneficia così di un ciclo tecnologico che premia chi è posizionato a monte.\n\nLa Cina offre un quadro più ambiguo. Il PMI ufficiale diffuso da Pechino è scivolato esattamente a 50, mentre la lettura alternativa di S&P Global si attesta a 51,8, in rallentamento. L’aumento dei costi energetici, conseguenza delle tensioni in Medio Oriente, e la flessione dei nuovi ordini all’esportazione segnalano una domanda interna e globale che non basta a sostenere il ritmo del primo trimestre. Il Brasile, da parte sua, è tornato in contrazione: il PMI S&P Global è crollato da 52,6 a 49,1, con un crollo delle commesse dall’estero e una fiducia imprenditoriale che ristagna, secondo i dati FGV. È il segnale di un’economia emergente vulnerabile ai venti contrari del commercio mondiale.\n\nPer l’Italia e l’Europa, questi dati suggeriscono cautela. La tenuta della domanda statunitense sostiene le esportazioni del Vecchio Continente, ma l’inflazione dei costi produttivi e la frammentazione delle catene di approvvigionamento – con l’Asia che polarizza gli investimenti nell’alta tecnologia – pongono interrogativi sulla resilienza del nostro tessuto manifatturiero, tradizionalmente forte nei beni strumentali e nella meccanica. Il PMI globale stabile, insomma, maschera una fase di transizione: la corsa all’IA alimenta un’espansione selettiva, mentre le incognite geopolitiche e i costi energetici rischiano di raffreddare ulteriormente i paesi che non riescono a inserirsi in questo nuovo paradigma.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
I dati di maggio dipingono un quadro divergente: mentre la manifattura statunitense tocca i massimi da quattro anni, il Brasile scivola in contrazione e la fiducia delle imprese latinoamericane resta debole. L'indicatore globale si mantiene stabile, ma la regione mostra segni di fragilità persistente.
Il settore industriale statunitense mostra un vigore notevole, con il PMI salito a 54 a maggio e l'espansione più forte in quattro anni. L'umore nell'industria americana è decisamente allegro, rafforzando le prospettive positive per l'economia più ampia.
La crescita manifatturiera cinese ha perso slancio a maggio, con il PMI sceso a 51,8, sebbene ancora in territorio espansivo. I segnali di allentamento delle pressioni inflazionistiche offrono un risvolto positivo, suggerendo un rallentamento ordinato.
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