Lavoro, la sorpresa globale: il telelavoro frena i giovani più dell’intelligenza artificiale
Per mesi si è temuto un’apocalisse occupazionale causata dall’AI. Nuove analisi e le stesse ammissioni di Sam Altman indicano che il vero freno alle assunzioni entry-level è la gestione del lavoro a distanza.

Per la prima volta, la narrazione che vedeva nell’intelligenza artificiale la principale responsabile del crollo delle assunzioni giovanili viene ribaltata da dati empirici su larga scala. A offrire la chiave di volta è un’inedita ricerca condotta da studiosi della London School of Economics e dell’Allison Technology Institute, che ha incrociato oltre seicentocinquanta milioni di curriculum e annunci di lavoro tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia. Il risultato, divulgato in queste settimane anche attraverso analisti asiatici, è netto: se si isolano gli effetti della diffusione del lavoro a distanza, l’impatto dell’AI generativa sulle posizioni d’ingresso diventa statisticamente debole o irrilevante. Al contrario, le professioni più esposte al telelavoro hanno registrato un calo delle offerte per neolaureati superiore di quattro-cinque punti percentuali rispetto a quelle che richiedono presenza fisica, un differenziale che mette in crisi l’ipotesi di una “apocalisse dei posti di lavoro” guidata dalla tecnologia.
A rafforzare questo cambio di prospettiva giunge, dalla sponda statunitense, la voce di Sam Altman. Durante un intervento alla conferenza della Commonwealth Bank of Australia a Sydney, l’amministratore delegato di OpenAI ha ammesso di essersi “piacevolmente sbagliato” sul ritmo di sostituzione degli impieghi amministrativi di primo livello. “Temevo che l’AI avrebbe già eliminato molti più lavori impiegatizi entry-level”, ha dichiarato, aggiungendo che le previsioni tecnologiche del 2022 si sono rivelate approssimativamente corrette, ma che le conseguenze sociali ed economiche sono state sovrastimate. Eppure, proprio negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione dei laureati under 25 ha raggiunto il 5,7 per cento nel primo trimestre dell’anno, ben al di sopra del 4,2 per cento della forza lavoro complessiva, e le assunzioni entry-level rimangono inferiori del 29 per cento rispetto ai livelli pre-pandemia. Sono numeri che confermano una sofferenza reale, ma la cui origine, oggi, appare più organizzativa che algoritmica.
Dal Nord Europa, e in particolare dal sistema bancario scandinavo, arriva una conferma indiretta di questa lettura. Secondo la vigilanza svedese, l’84 per cento dei dipendenti di istituzioni finanziarie utilizza già strumenti di AI generativa, ma solo un’impresa su cinque ha integrato quei sistemi nei propri ambienti informatici di produzione. Il rapporto 2025 dell’Autorità bancaria europea mostra che il 92 per cento delle banche dell’Unione ha adottato l’intelligenza artificiale, eppure il vero nodo non è l’adozione in sé, bensì la capacità di misurarne l’efficacia all’interno di architetture informatiche stratificate da decenni. La trasformazione in corso, spiegano da Bruxelles, è una riorganizzazione profonda del lavoro che eccede la pura sostituzione di mansioni: richiede nuovi modelli di supervisione, formazione e progressione professionale, proprio quelli che il telelavoro prolungato rischia di erodere, scoraggiando gli investimenti aziendali sui talenti alle prime armi.
Guardando avanti, il mercato del lavoro globale sembra aver superato la fase dell’allarmismo deterministico per entrare in una stagione di complessità. Il contenuto dei ruoli iniziali sta mutando: attività un tempo considerate di bassa responsabilità vengono ora automatizzate con strumenti come ChatGPT o GitHub Copilot, costringendo i giovani a misurarsi prima con compiti di livello intermedio. Ma è l’ambiente di lavoro — fisico o virtuale — a determinare la capacità delle organizzazioni di coltivare queste competenze. L’Italia e l’Europa, dove la percentuale di telelavoro si è assestata su valori più alti che in passato ma inferiori al mondo anglosassone, possono trarre da questa consapevolezza una lezione strategica: investire sulle skill reali, come sottolineato anche dalle analisi americane sulle nuove priorità di selezione, senza dimenticare che la crescita professionale ha bisogno di luoghi, relazioni e affiancamento. La sfida non è fermare l’algoritmo, ma ridisegnare con intelligenza gli spazi in cui le persone imparano a lavorare.
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