La nuova equazione di Tel Aviv: colpire Beirut per ogni attacco di Hezbollah
L'aviazione israeliana bombarda la periferia sud di Beirut, rovesciando la fragile tregua di aprile. Due morti, venti feriti. Netanyahu avverte: ogni missile dal Libano sarà ripagato nel cuore della Dahieh.

La periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah conosciuta come Dahieh, è tornata domenica sotto le bombe israeliane. Un raid che, secondo fonti libanesi, ha ucciso due persone e ne ha ferite venti, tra cui quattro bambini e quattro donne. L’aviazione israeliana ha colpito quella che ha definito “infrastruttura terroristica” del movimento sciita, in risposta al lancio di razzi verso il nord di Israele. Da quando, il 16 aprile scorso, gli Stati Uniti avevano annunciato un cessate il fuoco, solo due attacchi avevano violato la sospensione dei bombardamenti su Beirut. Ora la tregua sembra definitivamente sepolta.
La novità strategica è stata resa esplicita dai media israeliani: per ogni attacco di Hezbollah contro il territorio israeliano, la rappresaglia colpirà direttamente la Dahieh. Una “equazione” che intende alzare il costo della provocazione, in un momento in cui le diplomazie arabe e occidentali faticano a contenere la spirale. Da parte libanese, il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha rivelato che le condizioni poste da Israele nei negoziati indiretti – il ritiro di 2.300 combattenti a nord del fiume Litani e la minaccia di bombardare Beirut in caso di nuove offese – erano “umilianti” e inaccettabili. “L’aggressione di oggi non ci farà recedere dalla scelta della resistenza”, ha aggiunto.
Da Washington, un funzionario dell’amministrazione americana ha ribadito che Hezbollah è “l’unico responsabile” della prosecuzione delle ostilità, mentre fonti diplomatiche arabe confermano un rinnovato attivismo saudita per favorire un dialogo tra le parti, parallelamente agli sforzi per scongiurare uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran. L’ombra di Teheran, infatti, incombe sulla crisi: l’escalation tra Washington e la Repubblica islamica, secondo analisti libanesi, minaccia di far deragliare ogni possibile negoziato, con il rischio concreto di una risposta iraniana che riaccenda il conflitto su larga scala.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia – che guida la missione UNIFIL nel sud del Libano e ha forti interessi nella stabilità del Mediterraneo orientale – il deteriorarsi del quadro è motivo di seria preoccupazione. Se la nuova dottrina israeliana dovesse consolidarsi, si aprirebbe una fase di instabilità cronica capace di riverberarsi sui flussi migratori e sulla sicurezza energetica. La comunità internazionale osserva con apprensione, mentre la diplomazia cerca un pertugio prima che la regione scivoli in un conflitto senza più freni.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'attacco israeliano sul quartiere di Dahieh segna una nuova escalation e la rottura del cessate-il-fuoco, imposto con condizioni umilianti che Hezbollah ha respinto. Le vittime civili, inclusi bambini, sono denunciate come prova della brutalità israeliana, mentre i media israeliani annunciano un'equazione punitiva: ogni attacco del partito libanese sarà ripagato con un bombardamento sulla capitale. Il blocco mette in risalto la copertura diplomatica americana a Israele e gli sforzi arabi per una mediazione sempre più difficile.
Le autorità sanitarie libanesi riferiscono di due morti e venti feriti, donne e bambini compresi, nel primo raid israeliano su Beirut dalla tregua. L'attacco è scattato dopo il lancio di razzi di Hezbollah verso il nord di Israele; l'esercito israeliano sostiene di aver colpito infrastrutture del partito, mentre fonti libanesi parlano di edifici residenziali. La cronaca riporta i fatti di entrambe le parti senza esprimere giudizi.
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