Fonti vicine a Netanyahu svelano il coordinamento con gli USA nell’attacco all’Iran, ma la Casa Bianca smentisce
Una rivelazione da ambienti del governo israeliano contraddice la linea ufficiale americana: l’attacco contro obiettivi iraniani sarebbe stato concordato con Washington. Le versioni divergenti mettono a rischio i negoziati e la stabilità regionale.

Una rivelazione proveniente da ambienti vicini al premier israeliano Benjamin Netanyahu getta nuova luce sull’attacco condotto da Israele contro l’Iran nelle prime ore di lunedì. Secondo il quotidiano Israel Hayom, notoriamente allineato con l’ala destra del governo, l’operazione sarebbe stata coordinata con gli Stati Uniti, contraddicendo frontalmente la versione ufficiale della Casa Bianca, che ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento diretto. L’indiscrezione, rilanciata con enfasi dai media iraniani, alimenta il sospetto che la “non partecipazione” americana fosse soltanto una copertura diplomatica, gettando ombre sulla trasparenza dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv.
Fonti militari statunitensi, citate dal portale Axios, hanno tuttavia ribadito che “le forze armate americane non hanno preso parte ai raid israeliani”, descritti come “relativamente limitati per portata”. Le stesse fonti hanno smentito qualsiasi coordinamento operativo, limitando il ruolo di Washington a un generico scambio di informazioni preventive. Nel frattempo, i media iraniani hanno parlato di attacchi aerei contro 15 obiettivi militari nel centro e nell’ovest del Paese, compreso un deposito di droni nella capitale Teheran. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione ha precisato che sono stati impiegati missili lanciati da velivoli, mentre le esplosioni sono state udite in diverse aree sensibili, tra cui la base aerea di Shahid Sattari.
L’escalation segue di poche settimane il fragile cessate il fuoco dell’8 aprile e rappresenta la prima rappresaglia israeliana dopo un attacco missilistico iraniano. Secondo fonti arabe, il presidente Donald Trump avrebbe chiesto a Netanyahu di trattenersi e non reagire, ma il raid è partito ugualmente. La sequenza degli eventi rischia ora di far deragliare i delicati negoziati tra Washington e Teheran, già in fase di stallo, e potrebbe innescare una spirale di ritorsioni che minaccerebbe la stabilità dell’intera regione.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, un’escalation nel Golfo Persico avrebbe ripercussioni immediate sulla sicurezza energetica e sui flussi commerciali nel Mediterraneo. Analisti di Bruxelles sottolineano come la contraddittorietà delle narrative – israeliana e americana – ostacoli qualsiasi tentativo di mediazione internazionale, offrendo spazio a una pericolosa opacità. Mentre Teheran valuta la risposta e Washington tenta di contenere i danni diplomatici, il nodo resta la credibilità delle alleanze in una polveriera dove ogni dichiarazione può diventare un’arma.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Rivelazioni della stampa vicina a Netanyahu smascherano la narrazione ufficiale statunitense: l'attacco israeliano all'Iran sarebbe stato coordinato con Washington. L'affermazione della Casa Bianca di non essere coinvolta viene così presentata come un inganno mediatico, confermando la complicità diretta degli Stati Uniti.
Fonti americane citate da media specializzati affermano che gli Stati Uniti non hanno partecipato agli attacchi israeliani in Iran, definiti relativamente limitati. L'agenzia stampa russa riporta anche che, secondo i media iraniani, sono stati colpiti una quindicina di siti.
Un responsabile americano nega il coinvolgimento statunitense nell'attacco israeliano all'Iran, descritto come limitato. La stampa del Golfo ricorda che l'escalation è seguita al lancio di missili iraniani dopo la violazione del cessate il fuoco, e avverte che uno scambio prolungato potrebbe compromettere i negoziati tra Washington e Teheran.
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