La bicicletta come necessità, non più un’opzione: il World Bicycle Day rilancia il dibattito globale
Dalle infrastrutture carenti di Rio alla ciclovía sociale di Bogotá, passando per le sfide marocchine: una giornata per ripensare la mobilità urbana.

Il 3 giugno, Giornata mondiale della bicicletta istituita dalle Nazioni Unite, ha riportato al centro del discorso pubblico una verità ormai ineludibile: la bicicletta non è più soltanto uno svago o un simbolo di controculture ambientali, ma un pilastro irrinunciabile per un futuro urbano sostenibile. La riflessione è risuonata con particolare urgenza in Marocco, dove analisti e accademici – tra cui il professor Said Laaribia dell’Università Ibn Tofail – hanno sottolineato come l’adozione della due ruote rappresenti una “necessità impellente”, capace di ridurre le emissioni e migliorare la vivibilità delle città, a patto di avviare una “rivoluzione strutturale” nelle infrastrutture e un cambiamento radicale della mentalità collettiva. Un monito che travalica i confini del Maghreb e chiama in causa l’intero pianeta, mentre anche in Europa si moltiplicano i piani per la mobilità dolce.
Se il dibattito marocchino punta sulla svolta culturale, in Brasile a preoccupare è soprattutto l’equità. A Rio de Janeiro, la ricorrenza ha messo a nudo le criticità di una rete ciclabile ancora insufficiente e mal distribuita, come ha spiegato la professoressa Andrea Santos del programma di ingegneria dei trasporti della Coppe-UFRJ. Gli investimenti restano scarsi e la sicurezza dei ciclisti è spesso un lusso per pochi quartieri, riproponendo un divario che è allo stesso tempo infrastrutturale e sociale. Una dinamica che non è estranea a molte metropoli del Sud globale e che, in chiave italiana, ricorda le disuguaglianze tra i centri storici pedonalizzati e le periferie senza piste ciclabili, tema su cui anche le città del Nord Europa offrono modelli virtuosi ma difficilmente replicabili senza una volontà politica adeguata.
Di tutt’altro tenore il racconto che giunge dalla Colombia, dove la bicicletta si intreccia con il tessuto sociale e affettivo. A Bogotá, gli oltre 886.000 viaggi quotidiani in bici e la celebre Ciclovía domenicale – che trasforma le strade in un fiume di pedali e conversazioni – testimoniano una cultura ciclistica già matura, capace di diventare persino linguaggio amoroso: “Usciamo in ciclovía domenica?” si propone come un invito informale che può trasformarsi in un caffè, una sosta improvvisata o un percorso che si allunga più del previsto. E non mancano le immagini virali di animali domestici trasportati in cestini o rimorchi, a ricordare che la bici è anche un’esperienza di condivisione e leggerezza.
Le geometrie variabili di questo 3 giugno – tra pianificazione strategica in Nordafrica, rivendicazioni di equità in Brasile e appropriazione identitaria in Colombia – offrono uno spaccato delle molteplici anime della mobilità ciclistica. Se da una parte resta imprescindibile l’investimento in piste, segnaletica e intermodalità, dall’altra emerge con chiarezza che la bicicletta non si impone per decreto: attecchisce solo dove si crea un humus culturale che la renda desiderabile, sicura e accessibile a tutti. In questa prospettiva, l’Europa – e l’Italia in particolare – può giocare un ruolo da laboratorio, coniugando la spinta regolatoria del Green Deal e le esperienze dal basso di città come Bologna o Pesaro, dove la bici sta lentamente smarcandosi dall’etichetta di vezzo ecologista per diventare normale amministrazione. La vera sfida, per il prossimo futuro, non sarà solo costruire ciclabili, ma cucire città più umane.
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