L’oro scivola: Medio Oriente e tassi USA affondano il metallo giallo
Le quotazioni dell’oro perdono circa il 2% in una settimana. Il fallimento dei negoziati tra Washington e Teheran e lo spettro di nuovi rialzi dei tassi USA deprimono il metallo prezioso e l’intero comparto.

Il metallo giallo incassa una settimana negativa: l’oro spot perde circa il 2%, scivolando sotto i 4.450 dollari l’oncia, mentre i futures statunitensi con consegna ad agosto arretrano di oltre lo 0,7%. La causa immediata è il riacutizzarsi delle tensioni in Medio Oriente, che ha affossato le speranze di un accordo tra Washington e Teheran e ha riacceso i timori su inflazione e costo del denaro.
Il rifiuto di Hezbollah, spalleggiato dall’Iran, a un nuovo cessate il fuoco in Libano e la dichiarata indisponibilità israeliana a ritirare le truppe hanno di fatto neutralizzato la mediazione dell’amministrazione Trump. Dal punto di vista degli analisti mediorientali, il fallimento dei negoziati indiretti con Teheran lascia presagire un’ulteriore stagione di instabilità regionale, con contraccolpi immediati sul prezzo del petrolio. L’aumento dei corsi del greggio, tradizionale spia di rischio geopolitico, trasmette infatti impulsi inflazionistici che la Federal Reserve non può ignorare.
Qui si innesta il secondo motore del ribasso aureo: l’attesa di una politica monetaria più restrittiva. Un gestore di ABC Refinery citato dalla stampa finanziaria araba ha spiegato come «un certo pessimismo sulla risoluzione del conflitto con l’Iran abbia pesato sul metallo, in uno scenario già dominato dai timori di rialzi dei tassi». Dello stesso avviso il presidente della Fed di Kansas City, Jeffrey Schmid, che ha ribadito come la banca centrale si trovi davanti alla scelta tra pazienza e nuovi aumenti del costo del denaro. Oro e argento, storicamente avvantaggiati da tassi reali bassi o negativi, soffrono quando il rendimento dei titoli di Stato sale.
Non solo l’oro: anche platino, palladio e argento accusano perdite settimanali diffuse, investiti da un’ondata di vendite che ha colpito l’intero comparto dei metalli preziosi. Da più parti si osserva come gli investitori stiano privilegiando liquidità e obbligazioni di qualità, in attesa di segnali più chiari dalla diplomazia e dalle banche centrali.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, questi movimenti hanno un doppio risvolto. Un dollaro forte, sostenuto da tassi elevati, tende a deprezzare l’euro, aumentando il costo in valuta locale dell’oro, che tuttavia potrebbe agire come riserva di valore qualora le tensioni geopolitiche dovessero aggravarsi. Gli analisti di Bruxelles osservano con preoccupazione l’impatto di un nuovo shock energetico su un’economia già fragile, mentre i risparmiatori italiani, tradizionalmente affezionati al lingotto, potrebbero trovarsi di fronte a un bene rifugio ingannevole: caro in termini assoluti ma indebolito dalla forza del biglietto verde.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
I prezzi dell'oro sono in calo e si avviano a una perdita settimanale, mentre le tensioni in Medio Oriente offuscano le speranze di un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, in un contesto di inflazione crescente e timori di rialzi dei tassi. Il metallo al contante ha ceduto lo 0,6% a 4.445,51 dollari l'oncia, con un ribasso di circa il 2% sulla settimana. Il deterioramento del quadro geopolitico pesa sul sentiment, aggiungendosi alle pressioni macroeconomiche.
L'oro scivola verso una perdita settimanale sotto la pressione dell'inflazione crescente e dei timori di rialzi dei tassi d'interesse. Il metallo al contante ha perso lo 0,7% a 4.442,94 dollari l'oncia, con un calo di circa il 2% sulla settimana, mentre i mercati prezzano una politica monetaria più restrittiva.
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