L’ombra di Israele in Azerbaigian: la rete segreta e le smentite di Baku
Accuse di basi clandestine e smentite di Baku: il Caucaso meridionale diventa teatro della guerra ombra tra Israele e Iran.

Il recente conflitto tra Israele e Iran ha gettato luce su un teatro operativo finora avvolto nell’ombra: l’Azerbaigian. Secondo un’inchiesta della CNN, forze speciali, intelligence e unità di droni israeliani avrebbero operato da postazioni segrete nel sud del Paese caucasico, a meno di cento chilometri dalla città iraniana di Tabriz, colpita durante le ostilità. L’allestimento di questa rete militare clandestina, con siti del Mossad lungo i settecento chilometri di confine, rappresenterebbe un tassello decisivo nella strategia di accerchiamento di Israele nei confronti della Repubblica islamica, consentendo attacchi mirati e una sorveglianza costante del fianco nord-occidentale iraniano.
La scelta dell’Azerbaigian non è casuale. Paese musulmano ma laico, dalle forti ambizioni modernizzatrici, Baku intrattiene rapporti solidi con Israele sin dal crollo dell’URSS, basati su cooperazione energetica, tecnologica e di sicurezza. Al contempo, i legami con l’Iran sono segnati da reciproca diffidenza, nonostante la prossimità geografica e culturale. Analisti occidentali sottolineano come questa postura abbia fatto dell’Azerbaigian un partner silenzioso nello sforzo israeliano di contenere Teheran, come già ipotizzato in passato in relazione all’eliminazione di figure di spicco dei pasdaran quali Rahman Moqadam.
La reazione di Baku è stata durissima. Il ministero degli Esteri azero ha bollato le indiscrezioni come “del tutto infondate”, e il portavoce Aytan Hajizadeh ha ribadito che il territorio nazionale non è mai stato messo a disposizione per azioni dannose contro paesi terzi, inclusi gli stati vicini e amici. Le autorità hanno inoltre criticato il metodo giornalistico della CNN, accusandola di affidarsi a fonti anonime senza produrre prove credibili e di ignorare le smentite ufficiali, fino a chiedere un formale passo indietro. Una fermezza che evidenzia la delicatezza dell’equilibrio regionale e il timore di ritorsioni iraniane.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la partita non è marginale. L’Azerbaigian è fornitore cruciale di gas naturale, specie dopo il conflitto ucraino e la ricerca di alternative al gas russo. Un’escalation nel Caucaso meridionale – che veda coinvolti Iran, Turchia e Russia – minaccerebbe la sicurezza energetica del continente. Bruxelles guarda con attenzione, consapevole che la stabilità dell’area è fragile e che la narrazione di una “rete segreta” potrebbe inasprire tensioni che già corrono lungo la linea di faglia tra sciiti e sunniti, tra progetto egemonico persiano e alleanze israelo-occidentali.
Al di là della verità dei fatti, l’episodio conferma la progressiva trasmigrazione del conflitto israelo-iraniano in una dimensione ibrida e regionale, dove gli alleati più prossimi diventano piattaforme indispensabili. L’Azerbaigian, stretto tra le pressioni di Mosca, Ankara e Teheran, si trova a gestire un’esposizione sempre più rischiosa. La smentita, pur necessaria, non basterà a dissolvere i sospetti, né a ridurre l’appetibilità del suo territorio per chi disegna la geografia della prossima guerra.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'Azerbaijan viene descritto come un paese musulmano ma laico, in piena modernizzazione e alleato di Stati Uniti e Israele, in un clima di reciproca diffidenza con l'Iran. Un'inchiesta internazionale ha confermato ciò che molti ritenevano intuibile: lungo i 700 chilometri di confine operano siti clandestini del Mossad, parte di una rete mediorientale da cui Tel Aviv potrebbe lanciare operazioni mirate. Le smentite ufficiali di Baku non scalfiscono la narrazione di una presenza che, secondo gli analisti, avrebbe già facilitato azioni come l'eliminazione dello scienziato Rahman.
Baku ha respinto con forza le accuse di presenza militare israeliana sul proprio territorio, definendole completamente infondate e chiedendo il ritiro del rapporto. La diplomazia azera denuncia l'uso di fonti anonime prive di riscontri e sottolinea di non aver mai messo a disposizione il proprio suolo per azioni dannose contro paesi terzi. La vicenda viene dipinta come un tentativo di diffamazione mediatica volto a minare la stabilità tra vicini, in particolare con l'Iran.
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