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lunedì 8 giugno 2026 · Edizione delle 20:00 CET

L’ombra della guerra sul Mondiale: Iran confinato in Messico, visti negati ai funzionari

La nazionale iraniana si prepara a Tijuana, entrerà negli Stati Uniti solo nelle giornate delle partite. Tredici dirigenti senza visto per legami con i Pasdaran. Una situazione senza precedenti.

Sport8 testate6 lingue2 min letturaAgg. 03:15

L’ombra della guerra tra Stati Uniti e Iran si allunga sul Mondiale 2026. La nazionale iraniana, costretta a stabilire il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico, potrà mettere piede sul suolo statunitense soltanto nelle ore immediatamente precedenti e successive alle partite. Un regime di restrizione eccezionale, che i media tedeschi definiscono «ingerenza politica e trattamento discriminatorio», reso necessario dalle tensioni diplomatiche seguite al conflitto in Medio Oriente. L’arrivo della squadra, scortata da un imponente dispositivo di sicurezza messicano, è avvenuto a porte chiuse, lontano dagli sguardi dei tifosi.

La complessità politica di questa edizione, già unica per l’estensione geografica tra tre Paesi, non si esaurisce nella logistica. Secondo fonti elvetiche, la Fifa di Gianni Infantino ha dovuto negoziare personalmente con Washington per ottenere i visti d’ingresso ai calciatori, mentre tredici funzionari iraniani sono rimasti esclusi per i loro legami con le Guardie della Rivoluzione. La stampa latinoamericana ha diffuso le prime immagini della delegazione, atterrata all’aeroporto di Tijuana in un clima da stato d’assedio. Un video ufficiale diffuso dalla federazione mostra i giocatori, tra cui la stella Mehdi Taremi, leggere e svolgere test fisici durante il volo, come se fosse una trasferta qualunque.

Ma le difficoltà organizzative rischiano di ripercuotersi sul rendimento sportivo. Il campionato iraniano è stato sospeso a causa della guerra, e la preparazione atletica ne ha risentito. Gli allenamenti, blindati e a porte chiuse, sono proseguiti in Messico lontano dalla normalità di un ritiro mondiale. L’Italia, che pure non è coinvolta direttamente nel gruppo G – composto da Iran, Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto – osserva con preoccupazione: il precedente di un paese ospitante in guerra con una partecipante solleva interrogativi sulla tenuta del modello di eventi sportivi globalizzati in un’epoca di fratture geopolitiche.

L’insieme di visti, sicurezza, costi e infortuni – come rileva un commentatore italiano – rende questo Mondiale uno dei più controversi di sempre, già ribattezzato il «Mondiale di Trump e Infantino». La scelta di confinare l’Iran fuori dai confini americani tranne che per i novanta minuti di gioco segna una pericolosa svolta: la neutralità dello sport si piega alle ragioni della diplomazia armata. Guardando avanti, l’Europa dovrà chiedersi se sia ancora possibile ospitare grandi manifestazioni con la pretesa di separare politica e sport. La risposta, per ora, è atterrata a Tijuana.

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Tages-Anzeiger8 giu, 23:14
Neue Zürcher Zeitung (NZZ)8 giu, 17:07