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L’escalation incrociata dei droni e il voltafaccia americano sul petrolio russo

Una notte di raid su Chernihiv, Tuapse e Taganrog. Washington sospende le sanzioni, regalando a Mosca 10 miliardi di dollari. E la guerra si affida sempre più alle soldatesse dell’unità “Arpie”

Tecnologia4 testate3 lingue3 min letturaAgg. 07:55

Nella notte tra il 18 e il 19 aprile le forze russe hanno lanciato sull’Ucraina 236 droni d’attacco, 203 dei quali neutralizzati dalle difese aeree, ma almeno trentadue ordigni hanno raggiunto diciotto obiettivi, mentre detriti sono caduti su altre otto località. A Chernihiv un ragazzo di sedici anni è stato estratto senza vita dalle macerie; altre quattro persone sono rimaste ferite. Il governatore regionale parla di «distruzioni significative»: danneggiati un liceo, abitazioni private, un impianto industriale e una struttura sanitaria già semidistrutta dai bombardamenti del 2022. Un ulteriore drone ha colpito un’automobile nel quartiere Centrale, in pieno giorno.

Quasi in simultanea, l’esercito ucraino ha portato la risposta in profondità su territorio russo. Nel porto di Tuapse, sul Mar Nero, un attacco con droni e missili ha ucciso un uomo e ferito un altro, innescando un incendio e danneggiando una tubatura del gas, oltre a scheggiare le vetrate di una scuola elementare, di un asilo, di una chiesa e di un museo. Poche ore dopo, a Taganrog, tre persone sono rimaste ferite nell’assalto allo stabilimento “Atlant Aero”, dove si realizza l’intero ciclo di progettazione e produzione dei droni “Molniya” e si fabbricano componenti per il più noto “Orion”. Lo Stato maggiore ucraino ha rivendicato l’operazione, confermando l’obiettivo di colpire le capacità industriali che alimentano la guerra aerea.

In questo quadro già incandescente, una decisione della Casa Bianca ha scosso il fragile equilibrio diplomatico. L’amministrazione Trump ha sospeso a sorpresa le sanzioni contro il petrolio russo – un dietrofront che, secondo il presidente Zelensky, consegnerà al Cremlino circa dieci miliardi di dollari in proventi petroliferi, con cui finanziare nuove offensive. La mossa è maturata mentre Washington concentrava le sue priorità sullo scontro con l’Iran. Per gli osservatori di Bruxelles, il segnale è ambivalente: l’Europa, e con essa l’Italia, rischiano di pagare due volte – in termini di sicurezza energetica e di credibilità del fronte occidentale – un conflitto che si prolunga e assorbe risorse.

Eppure, a mutare non sono soltanto le geometrie geopolitiche, ma anche il volto umano della guerra. Dalla stampa giapponese arriva il racconto dell’unità speciale “Arpie”, composta quasi esclusivamente da soldatesse ucraine, arruolate a partire dalla primavera del 2025. La diffusione dei droni come arma principale ha azzerato il divario fisico tra i sessi: pilotare un velivolo senza pilota richiede destrezza e freddezza, non forza muscolare. Lo dimostrano giovani come la ventiquattrenne Mahavka, che abbandonò l’università per arruolarsi, o la sua commilitone Osoka, appassionata di videogiochi, per la quale la cloche è un’estensione naturale. “Non mi unirei mai alla fanteria”, dice, “ma con il drone posso fare la differenza”.

L’intreccio di queste storie – l’asprezza degli attacchi reciproci, l’inaffidabilità di un alleato storico, l’ascesa di una tecnologia che democratizza il combattimento – disegna i contorni di un conflitto destinato a durare, sempre più ibrido e imprevedibile. Per l’Italia e l’Europa, l’urgenza non è solo rafforzare gli scudi aerei, ma ripensare una strategia che tenga insieme autonomia energetica, coesione atlantica e la consapevolezza che il futuro della difesa sarà sempre meno una questione di muscoli e sempre più di microchip manovrati da mani che non fanno più distinzioni di genere.

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