L'Australia alza il salario minimo: mille dollari a settimana, ma l'inflazione incombe
Dal 1° luglio quasi tre milioni di lavoratori riceveranno un aumento del 4,75%, con punte del 6% per i redditi più bassi. Una scelta che divide tra giustizia sociale e rischi di spirale inflattiva.

La Fair Work Commission, l'arbitro indipendente del lavoro australiano, ha deciso un aumento del salario minimo del 4,75 per cento per circa 2,8 milioni di lavoratori, portandolo a 1.004,90 dollari australiani a settimana (26,44 dollari l'ora). Per i circa 100.000 dipendenti in fondo alla scala retributiva, l'incremento raggiunge il 6 per cento. La misura, in vigore dal 1° luglio, segna un passaggio storico: il reddito minimo annuo supera per la prima volta i 50.000 dollari, attestandosi a 52.200 dollari. Secondo fonti di Sydney, si tratta dell'aumento più deciso degli ultimi anni, pensato per compensare almeno in parte l'erosione del potere d'acquisto causata da un'inflazione persistente.
La decisione arriva in un contesto di alta inflazione, che ad aprile si attestava al 4,2 per cento su base annua, con previsioni di un picco del 4,8 per cento entro giugno, ben oltre la forchetta obiettivo della Reserve Bank of Australia (2-3 per cento). Il blocco dello Stretto di Hormuz e il conflitto in Medio Oriente hanno fatto schizzare i prezzi dei carburanti, aggravando una situazione già tesa. I sindacati, attraverso l'Australian Council of Trade Unions, avevano chiesto un rialzo del 6 per cento, ma la Commissione ha giudicato "non praticabile né responsabile" un recupero integrale dell'inflazione accumulata negli ultimi anni, preferendo una via intermedia che evitasse ulteriori pressioni sui prezzi.
Dalla stampa economica cinese si sottolinea il paradosso di "salari che crescono ma rendono più poveri": l'aumento potrebbe infatti rinfocolare l'inflazione, spingendo la banca centrale a nuovi rialzi dei tassi. Analisti di Citigroup citati da Pechino prevedono un quarto intervento consecutivo già ad agosto, con un costo del denaro portato al 4,6 per cento. Anche dal Sud-Est asiatico si segue con attenzione l'evolversi della politica salariale australiana, considerata un test per economie esposte a dinamiche simili di inflazione importata e turbolenze geopolitiche.
Se da un lato l'intervento mira a proteggere i lavoratori più vulnerabili, dall'altro incombono i rischi di una spirale prezzi-salari. I consumi privati mostrano già segni di rallentamento, mentre il tasso di disoccupazione inizia a risalire leggermente. Per l'Europa e l'Italia, l'esperimento australiano offre uno specchio: in un'epoca di inflazione globale, trovare il giusto punto di equilibrio tra sostegno ai redditi e stabilità macroeconomica resta una sfida aperta, resa più impervia dalle crisi geopolitiche che continuano a scompaginare le catene globali del valore.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La commissione per il lavoro equo ha aumentato il salario minimo del 4,75%, portandolo a 26,44 dollari l'ora. La decisione cerca di compensare l'inflazione aggravata dal conflitto in Medio Oriente e dal blocco dello Stretto di Hormuz, senza però riparare completamente la perdita di potere d'acquisto subita dai lavoratori. I sindacati accolgono con favore l'intervento, pur riconoscendo che molti resteranno in sofferenza reale.
L'Australia aumenterà il salario minimo nazionale del 4,75% a partire dal mese prossimo. La decisione arriva in un contesto di inflazione elevata e rallentamento economico dovuto a una politica monetaria restrittiva. Sebbene rappresenti un sollievo per i lavoratori a basso reddito, l'incremento è inferiore a quanto chiesto dai sindacati, segnalando una concessione misurata.
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