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Iran e Israele fermano gli attacchi dopo il pressing di Trump

Dopo il primo scambio diretto dal cessate il fuoco di aprile, Teheran e Tel Aviv annunciano una pausa condizionata. Dietro la frenata, la telefonata tra Trump e Netanyahu e il nodo irrisolto del Libano.

Geopolitica57 testate10 lingue3 min letturaAgg. 03:16

La mattina dell’8 giugno ha restituito al Medio Oriente l’ennesimo sospiro di sollievo provvisorio. L’Iran ha annunciato la «cessazione dell’operazione militare contro Israele», seguito a stretto giro da un analogo passo indietro di Tel Aviv, dopo che nella notte i due Paesi si erano scambiati la prima raffica di missili e raid aerei dalla fragile tregua entrata in vigore ad aprile. Le sirene risuonate da Teheran a Tel Aviv avevano fatto temere il collasso definitivo di quel cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ma la rapida sequenza di annunci ha riportato il conflitto in un limbo carico di ambiguità.

Al centro della de-escalation c’è stato Donald Trump. Secondo fonti incrociate da Washington e Gerusalemme, il presidente americano non si è limitato al secco appello pubblico lanciato su Truth Social – «Israele e Iran devono smettere immediatamente di sparare» – ma in una telefonata con Benjamin Netanyahu avrebbe alzato il tono: «Se continui ti ritroverai solo molto presto», ha riferito lo stesso Trump al sito Axios. Poche ore prima, Netanyahu aveva respinto la richiesta di non reagire ai missili iraniani e aveva consultato i vertici della difesa prima di autorizzare attacchi contro siti militari e un impianto petrolchimico in Iran. Il dietrofront israeliano è stato esplicitamente motivato dal premier come una scelta tattica («il fuoco ora è cessato perché abbiamo colpito il regime terrorista a Teheran»), ma l’intero episodio ha messo a nudo attriti crescenti nella relazione tra i due alleati.

Sul fronte iraniano, la retorica resta minacciosa. Il comando centrale Khatam al-Anbiya ha dichiarato che la risposta «dolorosa» era dovuta ai bombardamenti israeliani su Dahiya, la periferia sciita di Beirut, e ha avvertito che «se le aggressioni continueranno, anche nel sud del Libano, misure molto più dure e devastanti saranno in arrivo». È una condizione che lega esplicitamente la sospensione delle ostilità a un cessate il fuoco esteso anche al teatro libanese, dove le forze israeliane continuano a colpire postazioni di Hezbollah. Secondo media di Tel Aviv, Israele manterrà «piena libertà d’azione» proprio in Libano, creando un cortocircuito pericoloso: Teheran minaccia di riprendere gli attacchi se Beirut sarà colpita, Israele rivendica il diritto di colpire Hezbollah, e il cessate il fuoco di aprile non aveva mai definito con precisione i limiti di questa clausola.

Lo scenario è osservato con apprensione in Europa. Analisti di Bruxelles temono che la pace “negoziata” evocata da Trump, con cinque Paesi regionali che avrebbero chiesto agli Stati Uniti di frenare Netanyahu, possa rivelarsi un fragile intermezzo mentre le diplomazie corrono per siglare un accordo definitivo. L’Italia, che attraverso il ministro degli Esteri aveva già espresso preoccupazione per l’escalation, teme ripercussioni immediate su approvvigionamenti energetici e sicurezza del Mediterraneo, mentre gli aumenti dei prezzi del petrolio registrati nelle ore degli attacchi (+4%) ricordano quanto il conflitto incida sui bilanci delle famiglie europee.

In prospettiva, il cessate il fuoco in bilico tra Iran e Israele somiglia più a una pausa imposta dalla pressione esterna che a un reale disgelo. Netanyahu ha precisato che la «battaglia non è finita» e che risponderà «con forza» a nuovi attacchi; Teheran, da parte sua, ha lasciato intendere che la sospensione è revocabile al minimo pretesto. L’unico dato certo è che Washington, pur mantenendo la regia, fatica a tenere allineati gli attori regionali, mentre l’ombra di una guerra su più fronti – dallo Yemen all’Iraq – incombe sulla fragile architettura di pace disegnata in primavera.

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