Il patto tradito: dalla Siria all'Italia, la sfida della fiducia fiscale
La ricostruzione siriana è ostacolata da retaggi autoritari, ingerenze esterne e pericolose utopie economiche, mentre in Italia il dibattito sulle tasse riflette la stessa necessità di un nuovo contratto sociale.

La fine del regime di Assad ha scoperchiato non solo macerie istituzionali, ma lacerazioni profonde del tessuto sociale siriano. Secondo analisti vicini al dibattito locale, decenni di dominio autoritario hanno plasmato una cittadinanza fittizia, dove la sottomissione ha preso il posto della partecipazione e le comunità sono rimaste intrappolate in dinamiche di fedeltà pre-moderne, ben prima del golpe baathista del 1963. Oggi l’assenza di una cultura civica condivisa ostacola ogni tentativo di ricostruzione statale, mentre attori esterni approfittano del vuoto.
Una delle manifestazioni più concrete di questo vuoto si registra nel sud della Siria. Un’analisi pubblicata da Le Monde, e ripresa dalla stampa araba, descrive le politiche israeliane nella regione dopo la caduta di Damasco come un incoraggiamento alle tendenze separatiste nel governorato di Sweida, creando un’area grigia dove prosperano le reti del captagon, la droga che finanzia milizie e criminalità organizzata. Mentre i governi siriano e giordano cercano faticosamente di ristabilire un ordine minimo, il sostegno di Tel Aviv a gruppi locali indebolisce la sovranità statale, alimentando un caos funzionale ai propri interessi geopolitici. Per gli osservatori europei, l’instabilità nel sud siriano è una minaccia diretta: le rotte del narcotraffico si irradiano verso il Mediterraneo e la frammentazione politica rischia di generare nuove ondate migratorie.
Parallelamente, nel dibattito interno siriano emergono pericolose illusioni economiche. Circola con insistenza tra ambienti mercantili damasceni la teoria dello “zero tasse”: un paradiso fiscale alimentato dalle presunte immense ricchezze minerarie del Paese. L’idea che la rendita petrolifera possa finanziare la ricostruzione senza chiedere alcun contributo ai cittadini è non solo irrealistica – data la modesta entità delle risorse e la necessità di investimenti colossali – ma tradisce una concezione patrimoniale dello Stato, retaggio di decenni in cui il regime distribuiva prebende in cambio di lealtà. Come sottolineano gli esperti di economia politica, senza un patto fiscale che leghi la contribuzione ai servizi pubblici, nessuna architettura statale potrà reggersi.
Questa centralità del patto fiscale è proprio il cuore del dibattito che, su scala diversa, attraversa anche l’Italia. L’idea che le tasse siano un “pizzo di Stato” o un’aggressione ai patrimoni – denunciata su La Stampa da voci riformiste – mina la possibilità di una crescita sana. Ricostruire un rapporto tra fisco e cittadino, in cui il prelievo sia percepito come investimento collettivo, è la precondizione per qualsiasi progetto di sviluppo. La Siria e l’Italia, pur distantissime per storia e condizioni materiali, condividono così un orizzonte comune: la necessità di rifondare la fiducia tra governanti e governati. Senza quel collante, ogni riforma fallisce e gli spazi vuoti vengono riempiti da narcotrafficanti o demagoghi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L’intervento militare e politico israeliano nel sud della Siria ha creato un vuoto di sicurezza che protegge le reti del captagon. Mentre Damasco e Amman lottano per la stabilità, il sostegno israeliano a spinte separatiste nel governatorato di al-Suwayda alimenta il caos e offre rifugio ai narcotrafficanti.
L’interventismo israeliano nel sud della Siria finisce per proteggere l’ultimo bastione dei narcotrafficanti, costringendo la Giordania a bombardamenti per fermare il flusso di captagon. Si delinea una paradossale convergenza tra sicurezza dichiarata e destabilizzazione reale, nella quale i narcos prosperano.
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