Il Mondiale 2026 e l'economia dei record: ricavi, montepremi e gli stipendi dei top coach
Il primo torneo a 48 squadre promette introiti senza precedenti per la FIFA, montepremi in crescita e ingaggi milionari per gli allenatori, simboli di una posta sempre più alta.

L’edizione del 2026 della Coppa del Mondo, che si terrà per la prima volta in tre nazioni – Stati Uniti, Canada e Messico – e con 48 squadre partecipanti, si preannuncia come un punto di svolta economico per il calcio mondiale. Secondo fonti della stampa mediorientale, la FIFA prevede ricavi record di 8,9 miliardi di dollari solo per l’anno del torneo, all’interno di un ciclo quadriennale che dovrebbe generare 13 miliardi, un incremento del 56% rispetto al 2022 in Qatar. Il montepremi destinato alle squadre è stato portato a 727 milioni di dollari, con un aumento del 50%, come riportato da organi di informazione arabi; ogni federazione riceverà 1,5 milioni per la preparazione, mentre il resto sarà distribuito in base ai risultati.
A sottolineare il valore simbolico e materiale della competizione, fonti del subcontinente indiano evidenziano il paradosso del trofeo originale: il suo valore materiale, basato sui metalli preziosi e la lavorazione (6 kg di oro, 37 cm di altezza), è stimato attorno ai 250.000 dollari, ma un’asta potrebbe farlo salire oltre i 20 milioni. La FIFA ne trattiene la proprietà, consegnando ai vincitori una replica in bronzo, un dettaglio che rimarca la distanza tra la realtà fisica e il prestigio iconico del premio.
L’impennata finanziaria si riflette anche nei compensi degli allenatori. Stando a fonti arabe e del Sud-est asiatico, Carlo Ancelotti, alla guida del Brasile, è il più pagato con circa 11,6 milioni di dollari annui (o 8,28 milioni di sterline secondo altri resoconti), seguito dal tedesco Julian Nagelsmann (8,14 milioni) e dall’argentino Mauricio Pochettino, chiamato a guidare gli Stati Uniti con 6,97 milioni. La lista dei top coach stilata dalla stampa del Golfo rivela sorprese: l’allenatore dell’Uzbekistan compare tra i dieci, mentre il ct della Spagna, una delle favorite, Luis de la Fuente, ne è escluso – segno che gli ingaggi non sempre corrispondono alle probabilità di vittoria.
Analisti europei osservano come questi numeri rappresentino una trasformazione epocale: l’espansione a 48 squadre amplia il bacino di tifosi e sponsor, ma allo stesso tempo concentra risorse nelle federazioni più ricche, capaci di assicurarsi top coach. La crescita esponenziale dei ricavi – più che raddoppiati rispetto al 2014 – solleva interrogativi sulla redistribuzione e sulla tenuta del modello nel lungo periodo, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche e commerciali. Il Mondiale 2026 sarà un banco di prova per l’equilibrio tra sport e business.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il trofeo della Coppa del Mondo 2026, pur essendo in oro massiccio con un design elaborato, ha un valore materiale di appena 250.000 dollari. La sua quotazione all'asta supera però i 20 milioni, ben al di sopra del prezzo dell'oro puro, grazie alla storia e all'unicità che incarna. L'attenzione è tutta sull'oggetto in sé, analizzato con calcolo distaccato tra costo di produzione e valore di mercato.
Mentre la FIFA prevede ricavi record di 13 miliardi di dollari per il ciclo 2023-2026, i benefici reali per le federazioni partecipanti e le città ospitanti restano avvolti nell'incertezza. Il montepremi portato a 727 milioni e gli stipendi plurimilionari degli allenatori disegnano un sistema in cui l'investimento si concentra sul vertice, sollevando dubbi su chi guadagni davvero dall'espansione del torneo.
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