Donne, social e potere: condanna in Kuwait, divorzio sotto i riflettori in Indonesia
Due vicende lontane mostrano il peso dei social media sulla vita delle donne: dalla repressione statale per un post alla gestione pubblica di una crisi coniugale.

La condanna a tre anni di carcere comminata a una donna kuwaitiana per un post su Instagram rappresenta un brusco inasprimento della linea giudiziaria in materia di sicurezza nazionale. La Corte d’Appello del Kuwait ha ribaltato una precedente sentenza che aveva risparmiato la pena, ritenendo l’imputata colpevole di aver diffuso contenuti che incitavano alla divisione settaria ed esprimevano simpatia per uno Stato ostile durante un conflitto che coinvolge il Paese. Il caso, incentrato su un messaggio pubblicato dall’account personale della donna, segnala quanto i tribunali del Golfo siano disposti a intervenire con durezza quando la sfera digitale tocca delicati equilibri politici e confessionali.
A migliaia di chilometri di distanza, in Indonesia, la creatrice di contenuti Wardatina Mawa sta affrontando un’altra battaglia innescata dalla visibilità social. In piena causa di divorzio presso il Tribunale religioso di Lubuk Pakam, la giovane ha scelto di limitare le comunicazioni con il marito e di allontanarsi per preservare la propria serenità. Le cronache locali riferiscono di un ménage incrinato da voci di infedeltà e di un assegno di mantenimento di appena 500mila rupie — poco più di 30 euro — che la diretta interessata non contesta pubblicamente, dichiarando di voler provvedere da sola al figlio. La vicenda si consuma sotto gli occhi di un pubblico che segue ogni sviluppo, in un intreccio tipico delle economie dell’attenzione del sud-est asiatico.
Entrambe le storie, pur distanti geograficamente e giuridicamente, raccontano di un’esposizione femminile moltiplicata dai social network. In Kuwait lo Stato reagisce con lo strumento penale, interpretando un post come minaccia alla coesione nazionale; in Indonesia il dramma privato diventa intrattenimento di massa, e la resilienza della protagonista viene misurata dalla sua capacità di gestire la narrazione senza chiedere mediazioni. Secondo gli osservatori del Golfo, la sentenza va letta nel quadro di una crescente sorveglianza digitale che non risparmia le voci dissenzienti. Nell’ottica di Giacarta, invece, il caso Mawa conferma la fragilità di tutele per le donne in una società dove il diritto di famiglia resta influenzato da norme consuetudinarie e religiose.
Per l’Europa, e segnatamente per l’Italia, queste vicende offrono un termine di paragone istruttivo. Mentre il dibattito interno si concentra sull’equilibrio tra libertà di espressione e regolamentazione delle piattaforme, dai due episodi emerge un dualismo radicale: l’interventismo punitivo delle monarchie del Golfo contro la spettacolarizzazione giudiziaria e mediatica che caratterizza le democrazie asiatiche in via di sviluppo. In entrambi i casi, la donna è al centro di un campo di forze — statuali, comunitarie, follower — che pretendono di definire i confini del dicibile e del tollerabile, lasciando poco spazio all’autodeterminazione.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Una donna kuwaitiana è stata condannata a tre anni di carcere dopo che la corte d'appello ha ribaltato la sentenza precedente, ritenendola colpevole di aver pubblicato su Instagram contenuti che incitavano alla divisione settaria e mostravano simpatia per uno Stato ostile, minacciando la sicurezza nazionale. La corte per la sicurezza dello Stato ha disposto l'arresto immediato.
Una donna del Rajasthan ha denunciato che il marito, che vive in Kuwait, ha pronunciato il triplice talaq via WhatsApp, portando le autorità indiane ad avviare le necessarie procedure legali. Il caso mette in luce l'abuso transfrontaliero del divorzio immediato e la protezione legale cercata dalle donne in base alla legge indiana.
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