Dazi USA, Washington rassicura Ue e Giappone: «Un accordo è un accordo»
Il rappresentante commerciale americano promette di rispettare gli accordi esistenti, mentre 60 economie rischiano nuove tariffe per il lavoro forzato. Nigeria tra i più esposti, con dazi fino al 27,5%.

La dichiarazione più attesa è arrivata giovedì a Parigi, a margine della ministeriale dell’Ocse. Jamieson Greer, rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, ha usato parole chiare per rassicurare i partner con cui Washington ha già negoziato tetti tariffari: «Riteniamo che un accordo sia un accordo». Il riferimento era alla pioggia di nuovi dazi proposta martedì dal suo ufficio – aliquote aggiuntive tra il 10 e il 12,5 per cento – contro sessanta economie accusate di non contrastare adeguatamente l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Un’iniziativa basata sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che ha subito sollevato proteste a Bruxelles e Tokyo. Greer ha però precisato che gli impegni già sottoscritti, come l’intesa di Turnberry con l’Ue che fissa un massimale del 15 per cento sulla maggior parte delle merci europee, saranno tenuti «in debita considerazione», e che esiste margine per adattare le nuove misure.
L’Europa aveva reagito con irritazione all’inserimento nella lista nera, contestando la valutazione americana sulla propria incapacità di vietare e sorvegliare le importazioni da lavoro forzato. Da Bruxelles si è subito richiamata la validità dell’accordo di Turnberry, siglato quasi un anno fa in Scozia, e Greer ha raccolto l’appello. Analogo il sentiero per il Giappone, che gode di un’intesa bilaterale con un tetto analogo; secondo fonti nipponiche, l’amministrazione statunitense avrebbe già ventilato la possibilità di ridurre l’aliquota aggiuntiva per Tokyo proprio in virtù di quell’impegno. La frase «un accordo è un accordo» risuona quindi come una garanzia per chi siede al tavolo con carte già firmate, ma lascia aperti molti interrogativi per gli altri.
Tra i sessanta paesi sotto tiro, la situazione appare drammaticamente diversa per le economie prive di accordi preventivi. La Nigeria, ad esempio, figura nella lista dell’Ustr e, secondo i calcoli diffusi dalla stampa africana, si troverebbe a fronteggiare un dazio complessivo del 27,5 per cento sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, sommando l’aliquota base alla nuova sovrattassa del 12,5 per cento. Una prospettiva che rischia di soffocare comparti già fragili e che accomuna molte nazioni emergenti in Asia, Africa e America Latina. La denuncia americana – l’incapacità di proibire e contrastare efficacemente le merci del lavoro forzato – colpisce in modo asimmetrico, premiando chi aveva già negoziato condizioni particolari.
La mossa di Washington si inserisce in una strategia commerciale che utilizza strumenti giuridici interni per perseguire obiettivi di politica estera, ma mette anche alla prova la tenuta degli accordi bilaterali. Per l’Italia e per l’Europa, lo scudo di Turnberry regge, almeno per ora, ma la vicenda mostra quanto sia fragile un sistema di relazioni commerciali basato su intese ad hoc. La fase di consultazione pubblica aperta dall’Ustr sarà cruciale per capire se le nuove tariffe scatteranno davvero, e con quale intensità. In ballo non c’è solo il commercio, ma la credibilità di un metodo – quello del negoziato diretto – sempre più spesso scavalcato da decisioni unilaterali di Washington.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Un resoconto distaccato sottolinea come il rappresentante commerciale USA abbia dichiarato che 'un accordo è un accordo', rassicurando i partner con limiti tariffari già negoziati come l'UE. La proposta di nuovi dazi per 60 economie a causa del lavoro forzato viene trattata come un fatto tecnico, senza allarme per eventuali ripercussioni nell'Asia meridionale.
Una cronaca pacata riporta che Washington rispetterà i massimali tariffari concordati con UE e Giappone, e suggerisce persino una possibile riduzione per Tokyo. I nuovi dazi previsti dalla Sezione 301 vengono presentati come compatibili con gli accordi bilaterali esistenti, offrendo una prospettiva pragmatica e rassicurante per i mercati europei.
Un servizio allarmato mette in evidenza che la Nigeria è tra le 60 economie accusate di debole applicazione delle norme contro il lavoro forzato, e rischia dazi fino al 27,5%. La notizia inquadra la mossa statunitense come una punizione unilaterale che colpisce duramente le esportazioni nigeriane, senza le protezioni di cui godono altri partner, e solleva indignazione per la pressione commerciale di Washington.
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