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Claude Lemieux e l’ombra del CTE: il tributo silenzioso degli sport di contatto

La morte a 60 anni della leggenda NHL e la donazione del cervello alla scienza riaccendono il dibattito sulle conseguenze dei traumi cranici ripetuti, tra incertezze diagnostiche e la necessità di proteggere gli atleti.

Sport13 testate2 lingue3 min letturaAgg. 22:43

La scomparsa di Claude Lemieux, quattro volte vincitore della Stanley Cup, ha scosso il mondo dell’hockey su ghiaccio non solo per la tragica circostanza del suicidio a sessant’anni, ma per la decisione della famiglia di donare il suo cervello al Centro per l’Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE) dell’Università di Boston. In un comunicato carico di emozione, i familiari hanno descritto Lemieux come un combattente indomabile sul ghiaccio e un uomo affettuoso e protettivo nella vita privata, autorizzando i ricercatori a rendere pubblici eventuali riscontri. Un gesto che trasforma il lutto in un potenziale avanzamento scientifico, ma che solleva interrogativi inquietanti sul prezzo pagato dagli atleti negli sport di contatto.

Dal punto di vista neurologico, la CTE rappresenta una sfida diagnostica e concettuale. Come spiega Niklas Marklund, professore di neurochirurgia all’Università di Lund, la malattia è caratterizzata dall’accumulo anomalo della proteina tau nel cervello, simile a quanto si osserva in alcune demenze, ma con una distribuzione specifica legata ai traumi ripetuti. La diagnosi può essere confermata solo post mortem, il che alimenta un dibattito acceso: secondo alcuni esperti, la condizione è ampiamente sottostimata e colpirebbe un numero crescente di sportivi; secondo altri, i rischi sono stati enfatizzati oltre l’evidenza disponibile. Rimane il fatto che già negli anni Venti si osservarono alterazioni cerebrali in pugili deceduti, e negli ultimi due decenni l’attenzione si è estesa ai giocatori di football americano e, ora, agli hockeisti.

Le commozioni cerebrali, anche quando non sfociano in CTE, rappresentano un problema clinico quotidiano. Kajsa Johansson, fisioterapista e ricercatrice all’Università di Linköping, ricorda che esistono almeno ventidue sintomi associati, dalla sensibilità alla luce ai disturbi dell’equilibrio, e che il cervello ha bisogno di tempo per ristabilire il proprio bilancio energetico. Il caso della cestista svedese Ida Ojala, costretta a una lunga pausa dopo ripetuti colpi alla testa, illustra come la fretta di rientrare in campo possa prolungare il recupero. Parallelamente, la complessità del sistema dell’equilibrio – che coinvolge vista, muscoli, recettori plantari e organo vestibolare – spiega perché anche traumi lievi possano scatenare vertigini persistenti, un disturbo che, secondo i medici di base, compromette gravemente la qualità della vita, soprattutto negli anziani. Una fragilità che ci ricorda quanto il confine tra prestazione atletica e salute neurologica sia sottile.

In Europa, e in particolare in Italia, dove sport come il calcio e il rugby comportano impatti frequenti, la vicenda di Lemieux ripropone l’urgenza di protocolli di prevenzione e di una cultura che non sacrifichi il benessere a lungo termine sull’altare della competizione. Gli analisti di Bruxelles osservano che, sebbene l’Unione Europea abbia iniziato a finanziare studi sulle conseguenze dei traumi cranici nello sport, manca ancora un coordinamento sovranazionale paragonabile a quello nordamericano. Nel frattempo, la ricerca prosegue: il cervello di Lemieux potrebbe offrire tasselli decisivi per comprendere i meccanismi della CTE e, forse, per diagnosticarla in vita. Ma la vera sfida, secondo l’ottica scandinava, resta quella di educare atleti, allenatori e società a riconoscere i segnali precoci di un danno che, troppo spesso, si sconta solo quando è irreversibile.

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Il suicidio della leggenda NHL Claude Lemieux ha riacceso l'allarme sulle commozioni cerebrali nell'hockey su ghiaccio. La scelta della famiglia di donare il cervello alla ricerca impone un interrogativo urgente: le numerose cariche violente sono le responsabili? Nonostante il dibattito scettico sulla diagnosi di CTE, il costo emotivo e i danni cerebrali a lungo termine negli sport di contatto sono sotto stretta osservazione.

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Un comunicato della famiglia annuncia che il cervello di Claude Lemieux sarà donato al CTE Center della Boston University. L'ex stella della NHL, morto suicida a 60 anni, aveva uno stile di gioco duro e oltre 1500 partite all'attivo. La donazione mira a far progredire la ricerca sui traumi cerebrali ripetuti.

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Blick31 mag, 12:11
Barometern31 mag, 15:07
NBC News31 mag, 19:12
Kristianstadsbladet31 mag, 15:07