Bruxelles pronta a cedere sui conti per la crisi energetica, mentre il FMI spinge per il rigore in Sudamerica
La Commissione europea valuta di concedere margini di bilancio fino allo 0,3% del PIL per investimenti energetici, accogliendo le richieste italiane. Intanto a Buenos Aires e San Paolo la ricetta del Fondo incontra resistenze.

Le istituzioni europee sembrano ormai orientate a concedere una flessibilità senza precedenti nel Patto di stabilità per fronteggiare la crisi energetica innescata dal conflitto iraniano e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. La Commissione von der Leyen, nel Pacchetto di primavera atteso per il 3 giugno, dovrebbe autorizzare i Paesi membri a destinare fino allo 0,3% del PIL all’anno – con un tetto cumulato dello 0,6% nel triennio 2026-2028 – a investimenti per accelerare la transizione energetica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La misura si inquadra nella clausola di salvaguardia nazionale già prevista per la difesa e risponde direttamente alle pressioni esercitate da Roma e Madrid. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva inviato una lettera formale a Ursula von der Leyen chiedendo margini più ampi, e il governo italiano aveva ventilato anche l’ipotesi di una deroga al rapporto deficit/PIL, limitatamente alle spese per innovazione e sostegno a famiglie e imprese.
La decisione rappresenta un’evoluzione significativa rispetto alle prime ipotesi circolate a Bruxelles, che puntavano semplicemente a dirottare i Fondi di Coesione verso gli interventi emergenziali. Tale strada, pur caldeggiata dal Commissario alle politiche regionali Raffaele Fitto, appariva però insufficiente a Paesi come l’Italia, alle prese con la scadenza del taglio delle accise sui carburanti prevista per il 6 giugno e con una crisi che ha già messo a rischio numerosi progetti regionali. La flessibilità ora allo studio, sebbene condizionata a investimenti mirati e senza incremento della domanda di fonti fossili, segna un cedimento delle regole di bilancio che fino a ieri sembravano intoccabili, aprendo uno spiraglio su una più ampia revisione dell’ortodossia fiscale europea.
Sul fronte opposto del globo, il Fondo Monetario Internazionale continua a dettare ricette di rigore. In Argentina, l’ultimo staff report suggerisce una riforma tributaria con ampliamento della base imponibile, ma ha incontrato il fermo rifiuto della Cámara Argentina de Comercio y Servicios, che la giudica “inapropiada” e ne paventa l’effetto depressivo sui consumi. La CAC chiede invece una riforma integrale che abbassi la pressione fiscale e favorisca la neutralità impositiva. Anche in Brasile il FMI, pur riconoscendo la resilienza dell’economia, esorta il governo a utilizzare gli extra-rendita petroliferi per rafforzare la situazione fiscale e imboccare un percorso credibile di riduzione del debito, condizione ritenuta indispensabile per portare i tassi di interesse a livelli sostenibili e rilanciare la crescita.
La distanza tra le due sponde dell’Atlantico è più strategica che geografica. L’Europa, stretta tra l’urgenza della sicurezza energetica e la necessità di mantenere la coesione politica, sembra riconoscere che i vincoli di bilancio vadano calibrati sulle priorità del momento. Al contrario, nelle economie emergenti dell’America Latina, il FMI insiste su ricette di consolidamento strutturale, convinto che la stabilità macroeconomica passi da riforme fiscali profonde e da una credibilità conquistata sul campo. Il rischio è che, mentre Bruxelles impara a piegare le regole senza spezzarle, Buenos Aires e Brasilia restino imbrigliate in un’ortodossia che rischia di frenare la ripresa in nome di una sostenibilità di lungo termine. L’esito di queste tensioni inciderà non solo sulla tenuta dei rispettivi modelli di sviluppo, ma anche sull’evoluzione della governance economica globale nei prossimi anni.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La stampa latinoamericana dà voce al netto rifiuto delle imprese argentine contro la riforma fiscale proposta dal FMI, giudicata inappropriata perché deprimerebbe i consumi. Si segnala, tuttavia, una spaccatura: in Brasile il dibattito ospita posizioni favorevoli a un ambizioso aggiustamento fiscale suggerito dal Fondo. L’accento resta sulla difesa della sovranità economica e sulla necessità di riforme integrali, non calate dall’alto.
La stampa continentale europea, in particolare italiana e spagnola, racconta l’apertura di Bruxelles a una flessibilità di bilancio dello 0,3% del PIL per affrontare la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Si sottolinea che l’Europa ha accolto solo in parte le richieste di Roma, limitando gli aiuti agli investimenti verdi e non ai tagli sulle accise. Il tono è di urgenza pragmatica: una concessione minima, condizionata all’uscita dai fossili.
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