Armenia al bivio: Pashinian rivendica la vittoria europeista tra pressioni russe e ombre di brogli
Il premier armeno rivendica il trionfo elettorale con un programma di avvicinamento all’UE, mentre Mosca lancia moniti e l’opposizione denuncia irregolarità. Alta l’affluenza in un voto cruciale per gli equilibri del Caucaso.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinian ha rivendicato una vittoria netta nelle elezioni parlamentari di domenica, un voto che assomiglia sempre più a un referendum sulla svolta geopolitica del Paese caucasico verso l’Unione Europea. Secondo i primi dati della Commissione elettorale centrale e gli exit poll diffusi da media vicini al governo, il partito Contratto Civile avrebbe ottenuto oltre il 55% dei consensi, staccando nettamente il blocco filorusso Armenia Forte, fermo attorno al 21%. L’affluenza ha raggiunto quasi il 59%, dieci punti in più rispetto alle precedenti elezioni del 2021, segno di una mobilitazione straordinaria in un clima di forte polarizzazione.
Eppure, non tutti i numeri convergono. Sondaggi indipendenti rilanciati dalla stampa russa dipingono un quadro diverso: un exit poll citato da Lenta.ru dà il partito di Pashinian al 24,5% e in rimonta il blocco di opposizione di Samvel Karapetyan al 31,1%, mentre Kommersant riporta stime che vedrebbero la somma delle forze di opposizione superare la maggioranza governativa. La forbice tra queste rilevazioni e quelle filogovernative è così ampia da alimentare sospetti reciproci, in un Paese dove la sfiducia verso i processi elettorali è storicamente alta.
La posta in gioco va ben oltre i confini armeni. Pashinian, al potere dal 2018, ha impresso alla sua politica estera una svolta filo-occidentale, accelerata dopo la sconfitta nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 e la successiva perdita dell’enclave nel 2023. Bruxelles è diventato il principale partner per le riforme democratiche e il governo ha persino avviato un percorso di adesione all’UE, pur con la consapevolezza, ribadita dallo stesso premier, che «l’Armenia non è ancora pronta per diventare membro a pieno titolo». Mosca, dal canto suo, ha reagito con crescente irritazione: il vicepremier russo Aleksej Overčuk ha parlato esplicitamente di tentativi di spiegare a Erevan come l’Unione Europea si sia trasformata da unione economica in blocco politico-militare ostile alla Russia. Non sono mancate, nelle settimane precedenti il voto, mosse di pressione economica, come il divieto di importazione di alcuni prodotti armeni.
La giornata elettorale è stata segnata da accuse di brogli e interferenze. Le autorità di Erevan hanno denunciato l’invio massiccio di minacce false su possibili ordigni ai seggi, attribuendole a tentativi di «influenza ibrida e pressione psicologica informativa» da parte di numeri esteri. L’opposizione ha a sua volta lamentato arresti preventivi, con oltre duecento fermi nei giorni precedenti, e ha parlato di un uso repressivo dell’apparato statale per intimidire i propri sostenitori. La polizia ha rafforzato la presenza nel centro di Erevan dopo la chiusura delle urne, mentre Pashinian si affrettava a dichiarare che Contratto Civile «formerà il governo da solo», scatenando le accuse di pressione sulla Commissione elettorale.
Per l’Europa e per l’Italia, questi sviluppi non sono marginali. L’Armenia è un tassello chiave nella partita energetica e di sicurezza del Caucaso meridionale, snodo di gasdotti e corridoi di transito alternativi alla Russia. Un suo definitivo ancoraggio all’Occidente ridisegnerebbe gli equilibri regionali, ma aumenterebbe anche il rischio di una reazione più dura del Cremlino, che già paragona la traiettoria armena a quella ucraina. Mentre gli osservatori occidentali salutano il voto come una conferma della scelta europea, negli ambienti russi si insiste su presunte irregolarità e si preannuncia una fase di turbolenza. La vera sfida per Pashinian sarà ora trasformare il consenso in una capacità di governare senza strappi traumatici con l’ex potenza egemone, in un’area dove le promesse di Bruxelles devono ancora tradursi in presenza concreta.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il governo di Pashinyan avrebbe perso contro un'opposizione unita, come indica un exit poll indipendente. Il processo di voto è stato segnato da accuse di brogli e dall'arresto di oppositori, mentre il premier viene accusato di usurpare il potere proclamando vittoria senza aver ancora completato lo scrutinio.
La netta vittoria del partito Contratto Civile conferma la svolta europeista dell’Armenia, nonostante le pressioni ostili di Mosca. Il voto rappresenta una prova superata per Pashinyan e un passo verso l’emancipazione dal Cremlino dopo la perdita del Nagorno-Karabakh.
I primi risultati e gli exit poll indicano una vittoria del partito Contratto Civile di Pashinyan, che guarda all’Unione Europea senza però rompere con la Russia. L’affluenza è stata alta e il voto si è svolto sotto la vigilanza dell’OSCE, in un clima di tensione tra Bruxelles e Mosca.
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