Armenia al bivio: arresti e sospetti alla vigilia di elezioni cruciali
Mentre la commissione elettorale respinge il ricorso contro il blocco filorusso, sei candidati dell’opposizione vengono arrestati. Il voto del 7 giugno è un referendum geopolitico tra l’avvicinamento a Occidente e il tradizionale legame con Mosca.

A poche ore dall’apertura delle urne in Armenia, la tensione è salita alle stelle. La Commissione elettorale centrale ha respinto la richiesta di escludere il blocco filorusso «Armenia Forte» dalla competizione, nonostante le accuse di corruzione elettorale. Parallelamente, sei candidati dello stesso schieramento sono finiti in manette con l’accusa di voto di scambio e riciclaggio. Il partito di governo, Contratto Civile del premier Nikol Pashinyan, si è astenuto dal presentare ricorso, ma la mossa ha esacerbato un clima già avvelenato da pressioni esterne e accuse incrociate.
Le parlamentari di domenica sono, di fatto, un referendum sull’orientamento geopolitico del Paese caucasico. Pashinyan, al potere dopo la rivoluzione del 2018, ha impresso una netta sterzata verso Occidente: ha firmato un partenariato strategico con gli Stati Uniti e ventilato un referendum sull’adesione all’Unione Europea. Mosca, che considera l’Armenia un tassello irrinunciabile della propria influenza nel Caucaso meridionale, ha risposto con una guerra commerciale strisciante — restrizioni alle esportazioni, minacce di sanzioni e una campagna di disinformazione. Da Washington, il Dipartimento di Stato ha ribadito il diritto degli armeni a scegliere liberamente i propri governanti, mentre analisti russi bollano la linea del premier come un «profondo errore» che condurrebbe al collasso economico.
Al centro della contesa c’è il blocco guidato dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, già agli arresti domiciliari con l’accusa di istigazione al rovesciamento del governo. L’arresto dei sei candidati — autorizzato dalla stessa Commissione elettorale — ha infiammato il dibattito. Da Erevan, l’analista Tigran Kocharyan ha parlato di «legittimità zero» della campagna, accusando il partito di Pashinyan di aver intimidito gli avversari e sfruttato risorse pubbliche. Da Mosca, il vice segretario del Consiglio di sicurezza russo ha tuonato contro ogni limitazione dei diritti elettorali, definendo «inammissibili» le minacce a chi si reca alle urne.
Oltre la retorica, il voto mette alla prova la tenuta democratica dell’unica repubblica del Caucaso che rivendica standard europei. Gli osservatori internazionali seguiranno con attenzione lo spoglio, in un clima dove le ombre dell’interferenza russa si allungano accanto ai sospetti di derive autoritarie del governo. Per l’Europa — e per l’Italia, che ha investito in progetti di cooperazione con Erevan — l’esito potrebbe ridisegnare le rotte energetiche e le alleanze in una regione sempre più contesa. Qualunque sia il vincitore, il distacco da Mosca appare ormai un processo inarrestabile, ma le sue ripercussioni economiche e di sicurezza potrebbero accelerare più del previsto.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La campagna elettorale in Armenia è priva di legittimità. Il governo di Pashinyan perseguita l'opposizione filorussa con arresti politici e minacce agli elettori, mentre l'Occidente tace o incoraggia la repressione. Il progetto di integrazione europea del premier condanna il paese al collasso, rompendo i legami vitali con Mosca.
Le elezioni in Armenia rappresentano un bivio storico. Da un lato il premier Pashinyan cerca di avvicinarsi all'Europa e normalizzare i rapporti con la Turchia, dall'altro l'oligarca filorusso Karapetyan, appoggiato da Mosca, tenta di destabilizzare il governo. La Russia usa sanzioni, disinformazione e minacce per impedire che il paese le volti le spalle, mentre l'Occidente ribadisce il sostegno alla sovranità armena.
Alla vigilia delle elezioni parlamentari, le autorità armene hanno arrestato sei candidati dell'opposizione filorussa, senza fornire motivazioni ufficiali. Gli arresti sollevano interrogativi sulla regolarità del processo elettorale, in un momento in cui il paese è sospeso tra l'allineamento occidentale e l'influenza russa. Le restrizioni commerciali imposte da Mosca complicano ulteriormente il quadro.
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