Perù, Sánchez avanti di un soffio: saranno i voti dall’estero a decidere il presidente
Con meno di 30mila voti di scarto, il ballottaggio resta in bilico. Le schede di Miami, Madrid e delle Ande rurali, insieme a 1.500 atti contestati, determineranno il successore tra Sánchez e Fujimori.

Con oltre il 95% delle schede scrutinate, il candidato della sinistra Roberto Sánchez mantiene un vantaggio di poche migliaia di voti su Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori e volto della destra conservatrice. La differenza, secondo i dati dell’Ufficio nazionale dei processi elettorali (ONPE), oscilla tra i 19mila e i 30mila suffragi a seconda delle rilevazioni, con Sánchez al 50,05% e Fujimori al 49,95% [A1][A2][A10][A11]. Un margine così esiguo – meno di un punto percentuale – rende il Perù ostaggio di un pugno di atti ancora da scrutinare: quelli dei peruviani all’estero, circa un milione di elettori concentrati soprattutto negli Stati Uniti e in Spagna, e oltre 1.500 verbali contestati che saranno esaminati dai giurati elettorali [A5][A6][A12].
La geografia del voto residuo disegna un paese spaccato. I connazionali emigrati a Miami, Madrid, Milano e in altre metropoli, che rappresentano il 4,4% del corpo elettorale, potrebbero favorire Fujimori, storicamente più forte nei grandi centri urbani e all’estero [A12][A13][A15]. Al contrario, le comunità rurali della sierra andina e dell’Amazzonia, dove Sánchez ha costruito il suo consenso come erede politico di Pedro Castillo, consegnano le loro schede con lentezza a causa delle distanze e delle infrastrutture precarie [A3][A12]. La società di consulenza Ipsos ha avvertito che la candidata conservatrice potrebbe ribaltare il risultato proprio grazie ai voti esteri e agli atti osservati a Lima, sua roccaforte [A15]. Intanto, entrambi i contendenti hanno lanciato appelli al consenso: Sánchez ha promesso «il più ampio rispetto» per combattere corruzione e povertà, mentre Fujimori ha teso la mano a chiunque voglia collaborare [A4].
La contesa si inserisce in un decennio di instabilità cronica: il Perù ha avuto otto presidenti dal 2016, e il nuovo capo dello Stato governerà dal 2026 al 2031 con un Congresso frammentato e un’economia in cerca di rilancio [A5]. La polarizzazione tra il fujimorismo, che evoca l’eredità autoritaria degli anni Novanta, e la sinistra che affonda le radici nelle mobilitazioni rurali, rende ogni esito potenzialmente esplosivo. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, dove risiede una delle più antiche comunità peruviane del continente, la stabilità di Lima non è indifferente: il Perù è un partner commerciale rilevante e un fornitore di materie prime, e un’eventuale crisi post-elettorale potrebbe riverberarsi sui flussi migratori e sugli investimenti. Gli osservatori latinoamericani temono che, qualunque sia il vincitore, la legittimità del mandato sarà minata dalla ristrettezza del margine, mentre da Bruxelles si segue con attenzione la tenuta democratica di un paese già segnato da ripetuti impeachment e proteste di piazza. La notte elettorale peruviana, dunque, è tutt’altro che finita.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il ballottaggio presidenziale in Perù è estremamente serrato, con il candidato di sinistra Roberto Sánchez in vantaggio di un soffio sulla conservatrice Keiko Fujimori. Il risultato finale dipende ora dai voti dall'estero e dai verbali contestati, aumentando la tensione e la polarizzazione.
Lo spoglio in Perù mostra una corsa di un soffio, con meno di un punto percentuale a dividere i due candidati dopo il 95% dello scrutinio. Gli analisti osservano che i voti decisivi arrivano dall'estero e da regioni remote, sottolineando la lentezza e fragilità del processo, mentre il Paese attende un esito che potrebbe essere contestato.
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