Operazione speciale cinese a est di Taiwan: escalation dopo gli accordi tra Tokyo e Manila
Pechino invia navi per pattugliamenti, Taiwan risponde schierando la guardia costiera. Tensioni diplomatiche e segnali contrastanti, dallo scambio di panda rossi al divieto di partecipazione allo Straits Forum.

Il 6 giugno la Cina ha avviato una cosiddetta «operazione speciale» nelle acque a est di Taiwan, schierando mezzi del Ministero dei Trasporti e della Guardia Costiera per rafforzare il controllo del traffico marittimo. L'iniziativa, qualificata ufficialmente come azione di polizia amministrativa, è una risposta diretta all'annuncio di Giappone e Filippine di voler avviare negoziati per la delimitazione dei confini marittimi tra le loro zone economiche esclusive, in un'area che Pechino considera parte integrante del proprio territorio e delle proprie acque sovrane. Secondo l'agenzia Xinhua, le discussioni bilaterali costituiscono «una grave violazione della sovranità territoriale e dei diritti marittimi cinesi».
Per gli analisti di Tokyo e Manila, i negoziati sono un esercizio legittimo del diritto internazionale del mare; per Pechino, invece, rappresentano un tentativo di erodere il principio "Una sola Cina" e di interferire in una regione già segnata da dispute irrisolte. La mossa cinese, definita non a caso "speciale", evoca la retorica utilizzata per altre operazioni di proiezione di forza, come quelle nel Mar Cinese Meridionale, e segnala una crescente disponibilità a esercitare un controllo diretto su specchi d'acqua contesi, anche al di là della prima catena di isole.
Taipei ha reagito con prontezza: la Guardia Costiera taiwanese ha dispiegato cinque pattugliatori per monitorare le navi cinesi, pur precisando che nessuna di esse ha finora violato le acque che l'isola considera di propria sovranità. Le autorità taiwanesi, che parlano di «violazione del diritto internazionale», hanno finora mantenuto un profilo contenuto, concentrandosi sulla sorveglianza e sulla tutela della normalità del traffico marittimo. La partita, tuttavia, non si gioca solo sul piano militare: il presidente William Lai ha ribadito l'impegno ad approfondire le relazioni con i paesi affini, e la vicepresidente Hsiao Bi-khim si recherà in visita a Palau per consolidare i legami con gli Stati insulari del Pacifico, tradizionali alleati diplomatici di Taipei.
Segnali contrastanti arrivano anche dalla dimensione economica e da quella della diplomazia pubblica. Mentre il governo taiwanese conferma un'inflazione sotto controllo (l'indice dei prezzi al consumo è previsto al di sotto del 2% per l'anno in corso) e vieta a funzionari centrali e locali di partecipare allo Straits Forum voluto da Pechino per il 13 giugno, uno scambio simbolico è avvenuto proprio in questi giorni: due panda rossi sono stati trasferiti dalla Cina allo zoo di Taipei, i primi esemplari ospitati sull'isola da oltre un decennio, in cambio di gibboni inviati a Shanghai. Un gesto di "diplomazia del panda" che non stempera le tensioni, ma conferma la complessità del rapporto fra le due sponde dello Stretto.
L'Europa, e l'Italia in particolare, osservano con preoccupazione ogni alterazione dello status quo in una regione da cui transitano catene del valore cruciali per l'industria manifatturiera e tecnologica. Qualsiasi restrizione alla libertà di navigazione o escalation militare potrebbe avere ripercussioni dirette sui mercati e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. La speranza, espressa a Bruxelles, è che il diritto internazionale prevalga e che gli attori coinvolti scelgano la via del dialogo, evitando pericolose derive unilaterali.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La Cina ha condotto un'operazione marittima speciale a est di Taiwan, giustificandola come un'azione di controllo necessaria dopo l'avvio dei colloqui tra Giappone e Filippine sulla delimitazione dei confini marittimi. La guardia costiera taiwanese ha schierato proprie unità in risposta, denunciando la violazione del diritto internazionale. La vicenda mette in luce le continue tensioni sullo status di Taiwan e la volontà di Pechino di imporre la propria giurisdizione sulle acque circostanti.
L'operazione speciale cinese nelle acque a est di Taiwan è una risposta necessaria ai colloqui illegali e unilaterali tra Giappone e Filippine, che ledono la sovranità territoriale e i diritti marittimi della Cina. Le autorità di Taiwan hanno reagito inviando navi di sorveglianza, ma Pechino descrive l'intervento come un legittimo esercizio della propria giurisdizione per garantire la sicurezza della navigazione e l'ordine pubblico. L'iniziativa ribadisce la fermezza cinese contro le pretese esterne.
La Cina ha lanciato un'operazione provocatoria al largo della costa orientale di Taiwan, usando come pretesto i colloqui tra Tokyo e Manila per aumentare la pressione sulla democrazia insulare. La guardia costiera di Taiwan ha immediatamente inviato proprie imbarcazioni per monitorare e protestare contro l'intrusione, condannata come una chiara violazione del diritto internazionale. L'episodio sottolinea i crescenti tentativi di Pechino di ridisegnare unilateralmente la mappa della regione.
Questa notizia è apparsa su
19 testate · 9 lingue · finestra 24 ore