Mondiale 2026: al via l'edizione dei record, tra esordienti e sogni di gloria
L'11 giugno parte il primo torneo a 48 squadre, ospitato da Stati Uniti, Messico e Canada. Debuttano quattro nazionali, le big provano a non fallire. L'Italia resta a guardare.

Prende il via l'11 giugno il Mondiale più ampio della storia, con il Messico che affronta il Sudafrica nel tempio dell'Azteca, lo stesso palcoscenico che nel 1986 vide Maradona sollevare la Coppa. Per la prima volta il torneo si allarga a 48 nazionali, distribuite in dodici gironi, e viene ospitato congiuntamente da tre Paesi: Stati Uniti, Messico e Canada. Una formula che, secondo molti osservatori, apre le porte a nuove realtà del calcio globale e rende ogni partita potenzialmente decisiva.
I padroni di casa vivono aspettative contrastanti. Il commissario tecnico degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, ammette di aver sottovalutato la costruzione dell'entusiasmo: «Forse il mio errore è stato aspettarmi un anno e mezzo fa l'eccitazione che c'è oggi». La squadra, inserita nel gruppo D con Turchia, Australia e Paraguay, punta a un gioco di possesso e a una difesa a blocco medio per limitare le occasioni avversarie, anche se le amichevoli hanno mostrato vulnerabilità difensive. Il Messico di Javier Aguirre, invece, si presenta con il peso della tradizione e il sogno di eguagliare i quarti del 1986, forte della vittoria nella Nations League e nella Gold Cup. Le distanze sconfinate – fino a 2800 miglia tra le sedi – e il caldo torrido di alcune città impongono però sfide logistiche e fisiche inedite.
L'allargamento del formato regala la scena a quattro debuttanti assoluti: Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan, per i quali la semplice qualificazione rappresenta già una conquista. Ma il torneo resta saldamente nelle mire delle grandi favorite: il Brasile, reduce da una campagna di qualificazione soffertissima e da una crisi della federazione, cerca il riscatto con un nuovo corso tecnico; Francia, Spagna e Argentina, con i loro fuoriclasse, restano i punti di riferimento. Le gerarchie consolidate potrebbero però scricchiolare in un mese di passione che promette sorprese.
Per l'Italia, rimasta ancora una volta fuori, lo spettacolo si consumerà lontano, ma non per questo meno emblematico. Mentre lo sguardo europeo resta incollato alle proprie rappresentanti, il calcio mostra una faccia sempre più policentrica, dove il diritto di sognare non è più esclusiva di pochi. La finale di MetLife Stadium, il 19 luglio, sarà il traguardo di un viaggio che, già dal fischio d'inizio, riscrive la geografia emotiva di questo sport.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'allenatore statunitense ammette di aver mal calcolato l'entusiasmo iniziale, ma ora percepisce un'autentica eccitazione attorno alla nazionale di casa. L'attenzione è su un cauto ottimismo e sulla costruzione di una narrativa competitiva, evitando trionfalismi pur proiettando fiducia per il torneo.
La nazionale statunitense viene descritta come inseguitrice del 'sogno americano' mentre riprende esplicitamente uno slogan politico interno, 'Make America Great Again', applicato al calcio con palpabile ironia. Da una prospettiva sudasiatica, il girone è considerato insidioso ma privo di corazzate tradizionali, sollevando dubbi sul fatto che l'ambizione dei padroni di casa corrisponda al loro ranking effettivo.
La copertura ruota attorno al percorso della nazionale messicana, con guide pratiche per i tifosi e scommesse mediatiche leggere che sottolineano il fervore domestico. Lo status di co-organizzatore è accolto con un ottimismo misurato, mescolando orgoglio locale e dettagli logistici per seguire il torneo.
L'attenzione è rivolta alle quattro nazionali esordienti, celebrando l'opportunità offerta dal formato allargato, mentre la tradizionale potenza del Brasile viene scrutata per il caos istituzionale e le storiche sconfitte nelle qualificazioni. La prospettiva africana bilancia l'entusiasmo per gli sfavoriti con uno sguardo scettico sui giganti in declino.
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