La vendetta di Trump colpisce E. Jean Carroll: il Dipartimento di Giustizia indaga la scrittrice che lo accusò di stupro
Aperta un’inchiesta per spergiuro contro E. Jean Carroll, ma fonti chiariscono: non è lei la destinataria, bensì i finanziamenti della sua difesa legale legati a Reid Hoffman. L’ombra della strumentalizzazione politica preoccupa gli alleati europei.

Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato un’indagine penale nei confronti di E. Jean Carroll, la giornalista e scrittrice che nel 2019 accusò Donald Trump di averla stuprata in un camerino di un grande magazzino di New York a metà degli anni Novanta. L’inchiesta, rivelata dalla Cbs e ripresa dalla stampa internazionale, punta inizialmente a chiarire se la Carroll abbia commesso spergiuro nelle deposizioni rese durante i due processi civili che l’hanno vista contrapposta all’allora ex presidente – e che le hanno fruttato prima cinque e poi oltre ottantatré milioni di dollari di risarcimento per abuso sessuale e diffamazione. Ma un aggiornamento reso noto a poche ore dalla pubblicazione precisa che la scrittrice non è formalmente indagata: gli inquirenti stanno esaminando le sue dichiarazioni sul finanziamento delle cause legali, nell’ambito di un’inchiesta parallela su un’organizzazione non profit riconducibile al miliardario Reid Hoffman, che avrebbe coperto parte delle spese processuali della Carroll. Un dettaglio che, nella cronaca di queste ore, svela l’acre sapore della vendetta politica.
Secondo i media statunitensi, a guidare l’inchiesta è Andrew S. Boutros, procuratore federale del distretto Nord dell’Illinois nominato da Trump, coadiuvato da Todd Blanche, procuratore generale ad interim e già avvocato personale del presidente. Una coincidenza che, anche oltre Atlantico, ha alimentato il sospetto di una strumentalizzazione del potere giudiziario per fini personali. La stampa spagnola, senza mezzi termini, parla di «venganza del poder» e di un’amministrazione che sfrutta tutte le leve dello Stato contro i propri nemici dichiarati. In Italia, i commentatori hanno sottolineato il paradosso di un presidente che, dopo essere stato condannato in sede civile per violenza sessuale e diffamazione, può oggi contare su un Dipartimento di Giustizia trasformato in uno strumento di ritorsione. La Germania, con il suo tradizionale understatement, ha riportato la notizia con toni più sobri, ma non senza evidenziare il carattere eccezionale dell’inchiesta.
La stampa russa, dal canto suo, si è limitata a una cronaca asciutta dei fatti, citando le ipotesi di reato e l’ammontare dei risarcimenti, senza indulgere in analisi politiche. Un distacco che potrebbe riflettere un certo compiacimento nel vedere la democrazia americana alle prese con le sue contraddizioni più laceranti. Eppure, proprio da Mosca, giunge un monito implicito: quando il sistema giudiziario si piega alla volontà del capo dello Stato, la credibilità dell’intero ordinamento liberale vacilla.
Per l’Europa, da sempre attenta alle evoluzioni della democrazia americana, la vicenda rappresenta un campanello d’allarme. A Bruxelles e nelle cancellerie dei Ventisette cresce il timore che la normalizzazione dell’uso punitivo della giustizia possa riverberarsi sui negoziati transatlantici, dall’Ucraina alla regolazione dei giganti digitali. Se il presidente degli Stati Uniti può trasformare un’indagine penale in un’arma di rivalsa personale, la tenuta dello stato di diritto nella principale potenza occidentale diventa un argomento di scontro – e non solo di principio.
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