L'epidemia silenziosa dell'esaurimento globale
Dagli studi sul lavoro da remoto alla violenza scolastica, il mondo affronta una crisi di salute mentale che travalica generazioni e confini, imponendo un ripensamento delle priorità collettive.

Negli ultimi anni, il telelavoro si è imposto come una conquista della modernità: secondo una ricerca pubblicata su Science, i lavoratori sarebbero disposti a rinunciare fino al 10% del reddito pur di mantenere la flessibilità conquistata durante la pandemia. Eppure, lo stesso studio condotto dalla Federal Reserve Bank di New York e dalle università di Harvard e Virginia rivela un paradosso allarmante: chi lavora da remoto trascorre più ore in solitudine, registra un aumento delle visite per disturbi mentali e mostra tassi maggiori di ansia e depressione rispetto a chi lavora in presenza. L'indagine, che ha confrontato il benessere prima e dopo il Covid, conferma una forbice pericolosa: la soddisfazione dichiarata coesiste con un logoramento emotivo profondo, spesso sommerso.
Il fenomeno non è confinato al Nord America. In America Latina, osservatori argentini descrivono un «esaurimento emotivo» che si insinua gradualmente nella vita quotidiana, mascherato da piccoli segnali di affaticamento cronico. E in Europa latina, il dibattito sullo stress lavorativo sfiora la questione delle ferie mai godute: molti dipendenti accumulano permessi per paura di essere considerati superflui, alimentando un circolo vizioso di iperconnessione. La psicologa Alba Cardalda, citata da fonti di Buenos Aires, avverte che questo desgaste non arriva all'improvviso, ma si costruisce giorno dopo giorno. Non sorprende che i più giovani siano i più esposti: in Indonesia, genitori e figli ventenni si confrontano con la «crisi del quarto di secolo», una fase di ansia per il futuro e di overthinking che richiede ascolto attivo e supporto finanziario oculato, senza indulgenze. Parallelamente, segnali di depressione infantile e stress cronico nei minori preoccupano esperti di Giacarta e Dacca, dove si invoca una scuola più accogliente e capace di arginare la dispersione.
All'estremità opposta dello spettro, la violenza armata tra adolescenti sta trasformando gli istituti scolastici in terreni sempre più ostili, come denunciano fonti argentine e del Québec. Centinaia di armi – coltelli, taser, persino machete – sono state sequestrate nelle scuole canadesi, fenomeno che i centri di servizi scolastici minimizzano parlando di episodi «rari e in diminuzione», ma che secondo gli educatori francofoni fuoriesce dai cancelli e coinvolge la comunità: gli scontri al fast-food o nei parchi rimbalzano in aula, costringendo il personale a intervenire. Da Tandil, in Argentina, giunge l'eco di un'aggressione a un docente, sintomo di una fragilità dei legami sociali e di un indebolimento dell'autorità adulta che nessuna espulsione potrà sanare.
In questo quadro, la tendenza a etichettare ogni forma di stanchezza come burnout rischia di offuscare le cause reali. Come osserva una terapeuta statunitense, molti pazienti confondono il sovraccarico cronico con la sindrome da esaurimento professionale, cercando soluzioni sbagliate. Il confine tra pressione e passione, avvertono analisti del Golfo, è spesso una narrazione che si cristallizza nella mente di bambini e adolescenti, determinando la loro capacità di affrontare le difficoltà. Guarire dalla fatica del nostro tempo – che si tratti del trauma da tradimento o della difficoltà a essere onesti con se stessi – richiede uno sguardo che integri salute mentale, politiche del lavoro e pedagogia. Solo restituendo alla fatica la sua complessità potremo progettare risposte all'altezza di un malessere che non conosce frontiere.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Un gruppo di ricercatori lancia l'allarme sugli effetti del telelavoro sulla salute mentale, un aspetto a lungo trascurato nel dibattito concentrato su produttività e soddisfazione. Dal 2020 il telelavoro è quadruplicato, ma si è guardato poco al costo psichico: isolamento e burnout crescono mentre la conversazione pubblica resta focalizzata su flessibilità e vantaggi economici.
Il lavoro da casa è amatissimo dai dipendenti, disposti a rinunciare al 4-10% dello stipendio pur di mantenerlo, ma un nuovo studio sulla rivista Science rivela un rovescio amaro: isolamento sociale, ansia e depressione colpiscono più chi lavora da remoto che chi resta in ufficio. La libertà tanto celebrata nasconde un costo personale spesso ignorato.
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