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Il vertice progressista di Barcellona tra tasse ai super-ricchi e il nodo Venezuela

La conferenza dei leader di sinistra prova a definire un’agenda anti-populista, ma le tensioni sull’America Latina e le voci critiche spagnole rivelano una frammentazione difficile da sanare.

Geopolitica5 testate2 lingue3 min letturaAgg. 08:11

Riuniti a Barcellona sotto l’etichetta di un rinnovato internazionalismo progressista, capi di Stato e di governo latinoamericani ed europei hanno cercato una ricetta comune contro l’ondata populista: da un lato l’introduzione di imposte sulle grandi fortune per correggere le diseguaglianze, dall’altro un giro di vite sugli affari privati nei servizi pubblici. L’incontro, pensato come vetrina per un’alternativa di governo dopo le crisi pandemiche, energetiche e inflazionistiche, ha però esposto in poche ore fratture che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata.

La polveriera è esplosa attorno al Venezuela. Mentre i presidenti Lula da Silva e Gustavo Petro ripetevano che il destino del paese caribeño appartiene ai venezuelani, il governo di Pedro Sánchez ha gestito con imbarazzo la mancata udienza alla leader dell’opposizione María Corina Machado. La stampa sudamericana e le fonti diplomatiche latinoamericane leggono il gesto come un segnale di equidistanza che scontenta tanto il chavismo quanto le forze democratiche dell’esilio. Al di fuori del vertice, il riconoscimento offerto a Machado dal sindaco di Madrid, che le ha consegnato la chiave d’oro della città, ha sottolineato la distanza tra l’approccio del governo spagnolo e quello di una parte consistente dell’opinione pubblica europea, restia a normalizzare le autocrazie.

In questo mosaico incerto, la presenza della presidente messicana Claudia Sheinbaum ha assunto un peso simbolico. Secondo analisti centroamericani e le cronache internazionali, il Messico punta a ricucire la propria presenza negli spazi multilaterali dopo anni di basso profilo, posizionandosi come ponte tra il continente e l’Europa. L’ottica di Bruxelles, tuttavia, resta cauta: il vertice non ha prodotto impegni vincolanti e la sua architettura escludeva deliberatamente voci liberali e conservatrici, come ha fatto notare un’influente penna catalana, secondo cui radunare soltanto leader di sinistra alimenta la polarizzazione e allontana soluzioni concrete.

Le parole più ruvide sono arrivate da Gustavo Petro, che in un’intervista a margine dei lavori ha evocato il rischio di una “ribellione” qualora Washington non ripensi le sue politiche verso l’America Latina, e ha lasciato un’ombra di ambiguità sul rispetto dei futuri risultati elettorali colombiani, ammettendo il ricorso alla piazza in caso di “frode”. Il messaggio, amplificato nelle cancellerie europee, preoccupa chi spera in una sinistra capace di governare le democrazie senza incendiare le istituzioni.

Il vertice di Barcellona si chiude così con un paradosso: mentre si cercavano strumenti per contenere il populismo, proprio la sua variante latinoamericana ha occupato la scena. Per l’Italia e per l’Europa, il dibattito sulla tassazione dei patrimoni e sulla difesa dei beni pubblici resta attuale, ma l’incapacità di includere prospettive differenti rischia di rendere ogni agenda progressista fragile e facilmente ribaltabile alle urne.

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