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Il Consiglio di pace di Trump è vuoto: nessun dollaro per la ricostruzione di Gaza

A quattro mesi dal lancio, il fondo gestito dalla Banca Mondiale non ha ricevuto un centesimo. Le donazioni bypassano la trasparenza, finendo su un conto JPMorgan.

Geopolitica25 testate8 lingue3 min letturaAgg. 18:14

A quattro mesi dal suo pomposo battesimo al Forum di Davos, il Consiglio della pace (Board of Peace) voluto da Donald Trump per orchestrare la ricostruzione di Gaza si è rivelato un guscio vuoto. Secondo fonti citate dal Financial Times e riprese da testate di tutto il mondo, il fondo ufficiale gestito dalla Banca Mondiale e benedetto anche dall’ONU non ha ricevuto un solo dollaro. Nonostante impegni pubblici per oltre 17 miliardi di dollari – 7 dichiarati dagli Stati partecipanti, a cui Trump aveva aggiunto la promessa di altri 10 – quel conto è rimasto a zero. A vuoto: «zero dollars have been deposited», ha confessato una fonte. Alcune somme, come i 20 milioni degli Emirati Arabi Uniti, sono entrate direttamente su un conto di JPMorgan, dove nessuna norma impone trasparenza o rendicontazione indipendente. Un escamotage che, agli occhi degli osservatori europei, solleva interrogativi sulla reale accountability dell’iniziativa.

L’organismo era stato disegnato con ambizioni smisurate. In una cerimonia in Svizzera lo scorso gennaio, il Consiglio – che Trump intenderebbe dirigere personalmente anche dopo la Casa Bianca – ha raccolto firme da diciannove Paesi: dall’Ungheria di Orbán a Mongolia e Azerbaigian, passando per i leader del Golfo. Assenti invece molti tradizionali alleati occidentali, diffidenti verso un progetto che fin dall’inizio appariva più un palcoscenico personale che un’architettura di pace. Da Mosca, l’analista politico Aleksandr Asafov non ha esitato a definirlo «l’ennesimo piedistallo» su cui Trump intende issarsi per imporre la sua leadership su ogni conflitto globale, mentre dal Medio Oriente si sottolinea che la ricostruzione di Gaza – 71 miliardi di dollari nel prossimo decennio secondo una valutazione UE-ONU – resta drammaticamente senza risorse.

La paralisi del Board non è solo finanziaria, ma anche politica e giuridica. Il piano in venti punti prevedeva il disarmo di Hamas, il ritiro delle truppe israeliane e l’avvio della ricostruzione, ma i primi due passi non si sono compiuti. Di conseguenza, come rivelato da Interfax, il Consiglio ha sì avviato colloqui con colossi della logistica come la dubaitina DP World per la gestione delle catene di approvvigionamento e le infrastrutture, ma nessun contratto può essere firmato in assenza di un cessate-il-fuoco stabile e del disarmo di Hamas. Il paradosso è che lo stesso Board, in un rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha ammesso che «il divario tra gli impegni assunti e i fondi effettivamente erogati deve essere colmato con urgenza». Parole che suonano come un’ammissione di fallimento.

Nel frattempo, si rafforza un’impressione di déjà-vu. L’Independent ha messo in fila le iniziative di pace sbandierate da Trump – dal conflitto in Ucraina a quello mediorientale – notando un copione ricorrente: fastose cerimonie, promesse roboanti, risultati inesistenti. Il Board of Peace rappresenta l’ennesimo tentativo di occupare il centro della scena in crisi che il tycoon ha spesso contribuito ad alimentare. Per l’Italia e l’Europa, che avevano osservato con prudenza la nascita del Consiglio, il fallimento finanziario conferma la necessità di tornare a meccanismi multilaterali collaudati, dalla Banca Mondiale all’UNRWA, per non lasciare Gaza in un limbo che alimenta ulteriori instabilità. Senza una reale volontà politica, l’idea di una «Riviera del Medio Oriente» immaginata da Trump rischia di restare una suggestione pubblicitaria, mentre la Striscia attende ancora macerie da rimuovere e un futuro da costruire.

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