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Fisco globale 2026: il Brasile corre, il Messico frena, l’Italia dimentica

Quasi 44,5 milioni di dichiarazioni in Brasile, crollo dell’imposta sul reddito in Messico e oltre 5 milioni di italiani che rinunciano a rimborsi: lezioni da tre continenti.

Economia5 testate3 lingue3 min letturaAgg. 23:59

L'avvio della stagione fiscale 2026 disegna un quadro a tinte forti, dove l'efficienza dei sistemi digitali si intreccia con le fragilità economiche e le insidie nascoste per i contribuenti. Dal Brasile arriva un segnale di maturità: la Receita Federal ha ricevuto quasi 44,5 milioni di dichiarazioni dei redditi, superando le attese e confermando un tasso di adesione al modello precompilato vicino al 60 per cento. Un risultato che il ministro delle Finanze, Dario Durigan, ha celebrato come «la prova dell'impegno dei cittadini e del consolidamento del sistema tributario nazionale». Eppure, a poche ore dalla scadenza, la macchina fiscale si è fermata: i server hanno smesso di accettare documenti già sabato 30 maggio, per riaprire soltanto il 1° giugno, con una sanzione minima di 165,74 reais – fino a un quinto dell'imposta dovuta – per chi non ha rispettato il termine.

L'immagine di efficienza si incrina quando lo sguardo si sposta sul Messico. Secondo i dati del ministero delle Finanze, ad aprile il gettito dell'imposta sul reddito (ISR) è crollato del 12,9 per cento in termini reali rispetto all'anno precedente, trascinando in negativo l'intero gettito tributario (-4,8 per cento). È la prima volta in cinque anni che i conti del primo quadrimestre mostrano una contrazione, un segnale che gli analisti di Città del Messico leggono come il riflesso di un rallentamento dell'attività economica e di possibili crepe nella base imponibile. Un campanello d'allarme per un'economia emergente che aveva fin qui beneficiato della domanda statunitense e delle rimesse.

In Italia, la partita si gioca su un altro campo: la dichiarazione precompilata. L'Agenzia delle Entrate offre da anni il modello 730 già compilato, ma secondo un'analisi di FunnyFin, oltre cinque milioni di lavoratori dipendenti lo accettano senza modifiche, rinunciando senza saperlo a rimborsi che vanno dai 150 ai 400 euro l'anno. Spese mediche, detrazioni per affitti o istruzione, assicurazioni: voci che il sistema non inserisce automaticamente e che, nel tempo, possono tradursi in migliaia di euro persi. Un paradosso tutto italiano, dove la digitalizzazione avanza ma lascia indietro la completezza dell'informazione, in netto contrasto con la spinta brasiliana verso una dichiarazione totalmente precompilata.

Le tendenze globali verso un fisco sempre più automatizzato pongono interrogativi di carattere generale. In Brasile, la corsa al modello precompilato – voluto dal ministero delle Finanze – ha già innalzato al 4,97 per cento la quota di dichiarazioni trattenute per verifica, complice la transizione delle aziende al sistema eSocial. In Europa, l'esperienza italiana mostra che l'efficienza procedurale non può prescindere dalla tutela del contribuente: se il sistema non comunica ciò che manca, la fiducia nella pubblica amministrazione rischia di erodersi. E mentre il Messico cerca di interpretare le cause del proprio inatteso calo, il vecchio continente dovrà chiedersi se la semplificazione fiscale, da sola, sia sufficiente a garantire equità e gettito.

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