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martedì 9 giugno 2026 · Edizione delle 16:00 CET

Fischi, guerra e un pisolino: la notte in cui Trump ha scoperto che New York non è più casa sua

Il primo presidente in carica alle Finals NBA viene contestato da una città storicamente ostile. La sconfitta dei Knicks e la reazione imprevedibile del tycoon riaccendono il dibattito sulla presidenza-spettacolo.

Sport41 testate10 lingue3 min letturaAgg. 19:08

La scena, ormai iconica, racchiude un’intera stagione politica: Donald Trump inquadrato sul maxischermo del Madison Square Garden mentre saluta militarmente durante l’inno nazionale, sommerso da fischi assordanti. Il presidente non tradisce imbarazzo, abbozza un sorriso sardonico e più tardi, a bordo dell’Air Force One, confida ai giornalisti che la reazione è stata «soprattutto applausi». Poche ore dopo, su Truth Social, condivide un video con la scritta «NYC loves Trump» – tentativo di riscrivere la realtà che il corrispondente di El País fissa in un dettaglio: alle sue spalle, nella lussuosa suite blindata, si intravedono i vetri antiproiettile che lo separano dalla città natale.

Quella che doveva essere una notte storica per i Knicks – la prima finale NBA al Garden dal 1999 – si è trasformata in un termometro della polarizzazione americana. Il copione sportivo ha visto Victor Wembanyama guidare i San Antonio Spurs al successo per 115-111 con 32 punti, 8 rimbalzi e 6 assist, interrompendo una striscia di 13 vittorie consecutive dei padroni di casa. L’allenatore dei Knicks, Mike Brown, ha protestato per una disparità di tiri liberi (24 a 8 nel secondo tempo), mentre l’ex stella dei Cowboys Dez Bryant gongolava: «Ve lo meritate per aver fischiato il Presidente». La sconfitta, insomma, è diventata immediatamente materia di scontro politico.

A rendere la serata irripetibile è stata tuttavia la sovrapposizione tra sport e geopolitica. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha notato un’amara ironia: gli arbitri della partita portavano i nomi di Dubai e Abu Dhabi, mentre il Golfo Persico è teatro di una guerra che vede impegnati Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Proprio a un «war» si è appellato Trump quando gli hanno chiesto se assisterà a Gara 5 a San Antonio: «Abbiamo una guerra, sono impegnato». L’accenno, colto da Forbes, non sorprende chi ha seguito la cronaca iraniana: il sito Iran International aveva già sottolineato che la presenza del presidente aveva militarizzato l’area, con centinaia di agenti del Secret Service e il divieto di assembramenti fuori dall’arena.

Non è tutto. La Meduza, testata russa, e l’agenzia argentina Noticias Argentinas hanno rilanciato un video che mostra Trump addormentato durante la gara, alimentando la narrativa del presidente disinteressato o provato. Un’immagine che stride con l’orgoglio ferito poi riversato sull’anchor di ESPN Stephen A. Smith, accusato di avere «un QI basso» per le sue velleità presidenziali. Il Post, invece, ha raccontato l’altro volto della serata: il regista Spike Lee, tifoso sfegatato, si presentava con una canotta benedetta da Papa Leone XIV e scarpe Nike personalizzate, simbolo di una passione che nessun corteo presidenziale può oscurare.

La domanda ora non è se Trump tornerà al Garden – la Casa Bianca non lo esclude del tutto – ma quanto questo episodio acceleri la trasformazione delle Finals in uno spazio conteso della guerra culturale. Per l’osservatore europeo, abituato a capi di Stato che assistono a eventi sportivi con distacco istituzionale, la scena newyorkese conferma che la presidenza-spettacolo non ammette tregua: ogni applauso e ogni fischio è un sondaggio. Mentre la serie si sposta in Texas, il fantasma di quei fischi continuerà a riverberare ben oltre il parquet.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa latinoamericana · bolivariana_progressistaStampa del Golfo araboStampa atlantica / anglosferaStampa giapponese-coreana
Stampa latinoamericana/ bolivariana_progressistaindignazioneschadenfreudeironia

Il presidente Trump è stato sonoramente fischiato al Madison Square Garden, con il pubblico che ha chiaramente mostrato di non volerlo. L'episodio viene paragonato ai fischi ricevuti da Lula al Maracanã, sottolineando il rifiuto popolare di un leader controverso. La sicurezza caotica e il fatto che Trump si sia addormentato durante la partita completano l'immagine di un presidente fuori dal mondo, mentre si mescolano pettegolezzi su Vini Jr. e Virginia.

Stampa del Golfo araboindignazioneurgenza

La presenza di Trump alle finali NBA mentre gli Stati Uniti sono in guerra con l'Iran ha suscitato aspre critiche. I commentatori sostengono che il presidente privilegi l'attenzione mediatica e lo spettacolo rispetto alla gravità del conflitto militare. Anche se Trump ha definito l'accoglienza 'fantastica', l'attenzione resta sulla disconnessione tra la sua apparizione pubblica e la guerra in corso.

Stampa atlantica / anglosferadistaccopragmatismo

La terza partita delle finali NBA è stata combattuta, con gli Spurs che hanno battuto i Knicks 115-111 grazie ai 32 punti di Wembanyama. La cronaca si è concentrata sul gioco: dalle lamentele dell'allenatore per l'arbitraggio al quasi scontro con l'ex sindaco Bloomberg. La presenza di Trump e i fischi sono stati registrati, ma l'attenzione è tornata subito al dramma in campo e all'esperienza dei tifosi, con Trump che ha liquidato i fischi come provenienti da una lega 'di sinistra'.

Stampa giapponese-coreanadistaccopragmatismo

I New York Knicks hanno perso la loro prima partita casalinga delle finali NBA dopo una generazione, cadendo 115-111 contro i San Antonio Spurs. L'attenzione è stata esclusivamente sull'evento sportivo: i prezzi elevati dei biglietti, l'entusiasmo della città e il risultato sul campo. Nessun accenno politico o di celebrità, trattando la partita come una pura cronaca sportiva.

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C5N9 giu, 14:32
Le Temps9 giu, 14:31
BBC News9 giu, 14:31
Le Monde9 giu, 14:31