Fine di un ciclo sovranista: il crollo di Orbán ridisegna le destre europee
La vittoria schiacciante di Péter Magyar chiude vent’anni di dominio illiberale in Ungheria. Sollievo a Bruxelles, incognite per Vox e l’internazionale trumpista: la transizione è solo agli inizi.

Quando Viktor Orbán, appena due ore dopo la chiusura delle urne, ha riconosciuto la sconfitta e si è congratulato con il suo avversario, molti osservatori hanno trattenuto il respiro. La democrazia ungherese, a lungo data per morta, ha mostrato una vitalità insospettata. Péter Magyar, ex fedelissimo del premier, ha travolto Fidesz con il 54 per cento dei voti contro il 38, conquistando 138 seggi su 199 e assicurandosi una maggioranza dei due terzi. La fine dell’“autocrazia elettorale” che per sedici anni aveva trasformato l’Ungheria nel laboratorio del sovranismo populista segna uno spartiacque: un’era apertasi con la crisi finanziaria del 2008 e culminata nella saldatura tra il modello magiaro, il trumpismo statunitense e le destre radicali europee mostra la prima crepa profonda.
A Bruxelles l’euforia è palpabile. Ursula von der Leyen ha paragonato il voto alla Rivoluzione del 1956 e alla caduta del Muro di Berlino: un trionfo della volontà popolare contro chi aveva svuotato lo Stato di diritto. L’Ungheria potrà finalmente sbloccare gli aiuti europei all’Ucraina e abbandonare l’ostruzionismo sistematico sulle sanzioni a Mosca, restituendo all’Unione un partner non più percepito come “il suo principale fallimento”. Eppure la prudenza non è scomparsa. Magyar ha già chiarito che risponderebbe a una telefonata di Putin per chiedergli di fermare la guerra, ma non rinuncerà subito al petrolio e al gas russo: un’apertura condizionata che ricorda, almeno nelle premesse pragmatiche, il doppio binario praticato dal suo predecessore. Sul fronte climatico, invece, l’impegno a riallinearsi con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni potrebbe segnare una discontinuità significativa, dopo anni di retorica anti-ambientalista e veti incrociati.
Per le destre illiberali internazionali il colpo è duro. Orbán era il padrino ideologico, politico e finanziario di Vox, il “rubinetto” che ne alimentava ambizioni e coperture. La stampa spagnola parla di un triplice trauma: strategico, economico e proiettivo. Santiago Abascal, che aveva rotto con Giorgia Meloni per collocarsi proprio nell’orbita del premier magiaro, vede ora vacillare il suo principale riferimento esterno. L’Italia osserva con il fiato sospeso. Arianna Meloni, sorella della premier e dirigente di Fratelli d’Italia, ha smorzato i toni, sottolineando che “ci sono state libere elezioni” e che l’esito dimostra proprio l’assenza di una dittatura: una lettura prudente, tesa a disinnescare ogni tentazione di imitazione. Il messaggio implicito è che il modello sovranista non sia sconfitto nelle urne, ma solo sostituito da una destra diversa, più presentabile.
La sfida di Magyar, tuttavia, è tutta interna. Dovrà smantellare il Sistema di Cooperazione Nazionale, la macchina di corruzione e clientelismo edificata da Fidesz, restando in equilibrio tra una maggioranza bulgara e un apparato statale ancora nelle mani dei fedelissimi di Orbán. L’insediamento previsto per i primi di maggio non garantirà automaticamente un cambio di regime. Il futuro premier ha promesso “pulizia delle cloache dello Stato”, ma sa che il suo mandato sarà misurato sulla capacità di consegnare agli ungheresi, e all’Europa, una democrazia liberale capace di funzionare senza vendette. La caduta dell’icona del sovranismo non cancella di colpo le pulsioni populiste che per un ventennio hanno attraversato l’Occidente. Piuttosto, sposta l’esperimento un passo più in là: dimostrare che il malcontento può essere incanalato in una stagione di ricostruzione istituzionale, oppure che le fratture sfruttate da Orbán sono destinate a riaprirsi sotto altre bandiere.
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