Dieci in una stanza, poi il rogo: la strage di Amendolara e l’ombra del caporalato
Quattro braccianti bruciati vivi in Calabria dopo una lite per le condizioni abitative. Arrestati due connazionali, il caso riaccende il dibattito sullo sfruttamento dei migranti nei campi.

La strage di Amendolara, costata la vita a quattro braccianti stranieri arsi vivi all’interno di un minivan, ha svelato un intreccio di sfruttamento, degrado abitativo e violenza che interroga l’Italia e l’Europa. Secondo le ricostruzioni della magistratura italiana, confermate da numerose testate, il movente dell’orrore sarebbe una lite scoppiata all’alba per il sovraffollamento in cui le vittime erano costrette a vivere: dieci persone in una sola stanza, in un appartamento di Villapiana. Ahmed Safeer e Ali Raza, i due cittadini pakistani arrestati, avrebbero agito dopo uno scontro fisico che aveva coinvolto una delle future vittime e lo stesso Safeer, rimasto ferito a uno zigomo. A incastrarli, oltre alle immagini delle telecamere di sorveglianza, il racconto di un superstite, miracolosamente sfuggito alle fiamme.
La dinamica, per quanto agghiacciante, non è isolata. I braccianti, in massima parte afghani e pakistani, erano impiegati nella raccolta delle fragole in un’azienda agricola della Basilicata, a circa settanta chilometri di distanza. Ogni mattina percorrevano quel tragitto, stipati in un furgone, per una paga che, secondo fonti giornalistiche italiane e internazionali, veniva spesso trattenuta o decurtata. Il proprietario dell’impresa ha dichiarato di ignorare eventuali fenomeni di caporalato, ma il quadro che emerge dalle inchieste è quello di un sistema di intermediazione illegale che riduce i lavoratori in condizioni di semi-schiavitù, tanto nelle campagne del Sud quanto in altre aree d’Europa. La stampa nordeuropea e latinoamericana ha colto l’episodio come sintomo di un problema strutturale, che va oltre i confini italiani: lo sfruttamento della manodopera migrante interpella le politiche agricole e migratorie dell’intera Unione.
L’iter giudiziario ha già prodotto un primo importante riscontro: il gip di Castrovillari ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per i due accusati, che devono rispondere di omicidio plurimo pluriaggravato. Ma le indagini sono solo all’inizio e dovranno fare piena luce sulle responsabilità di chi, oltre agli esecutori materiali, ha permesso che dieci persone vivessero in una stanza e lavorassero per pochi euro al giorno. Sotto la lente degli investigatori sono finite le reti di caporali che operano tra Puglia, Basilicata e Calabria, e che secondo le analisi di esperti di giurisprudenza europea potrebbero configurare reati di tratta e riduzione in schiavitù.
L’orrore di Amendolara ha scosso l’opinione pubblica italiana e rilanciato un dibattito mai sopito sulle condizioni dei lavoratori stranieri in agricoltura. Secondo gli osservatori di Bruxelles, l’Italia non è un caso isolato: in tutta Europa la domanda di manodopera a basso costo per le colture intensive alimenta forme di sfruttamento che troppo spesso rimangono impunite. La sfida, ora, è tradurre l’emozione in riforme capaci di spezzare la catena che lega il caporale al campo, prima che il prossimo rogo non sia ancora una volta l’unica notizia a squarciare il velo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
I quattro braccianti pakistani sono stati uccisi bruciati vivi in un minivan dopo una lite per le condizioni abitative: vivevano in dieci in una stanza. Le indagini hanno portato all'arresto di due connazionali, mentre emergono dettagli sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato nella raccolta delle fragole in Calabria.
Un crimine orribile ha scosso l'Italia: quattro braccianti immigrati sono stati intrappolati e bruciati vivi in un'auto come rappresaglia per le loro richieste di condizioni di lavoro dignitose. Il caso mette a nudo la schiavitù e la violenza nei campi italiani, dove i lavoratori stranieri sono ridotti in condizioni disumane.
Due cittadini pachistani sono stati condannati a morte per aver stuprato sotto la minaccia di un'arma una turista francese davanti ai suoi figli. La giustizia pakistana ha respinto gli appelli, confermando una sentenza che riporta all'attenzione la brutalità di tali crimini e la severità delle pene in alcuni sistemi giuridici.
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