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Blocco navale nello Stretto di Hormuz: Trump sposta la guerra sull’economia globale

Dopo il fallimento dei negoziati in Pakistan, gli Stati Uniti impongono un embargo navale all’Iran. Tra minacce di rappresaglie, accuse di pirateria e il monito di Pechino, la crisi rischia di travolgere i mercati energetici e dividere gli alleati.

Economia21 testate4 lingue3 min letturaAgg. 09:39

Il presidente americano Donald Trump ha scelto la via del blocco navale. Da lunedì, la Marina degli Stati Uniti impedisce l’accesso ai porti iraniani e intercetta le navi neutrali che hanno pagato un pedaggio a Teheran per transitare dallo Stretto di Hormuz. La mossa, annunciata dopo 21 ore di colloqui infruttuosi a Islamabad, rappresenta un’escalation che sposta il conflitto dal campo di battaglia ai flussi del commercio globale. Secondo fonti militari americane, l’ordine è di affondare qualsiasi imbarcazione iraniana tenti di avvicinarsi, mentre il Pentagono precisa che il passaggio alle navi di altri Paesi non verrà ostacolato, ma il caos è già evidente: il traffico nello stretto, che normalmente vede un centinaio di transiti al giorno, si è ridotto a poche unità.

La decisione arriva dopo sei settimane di bombardamenti congiunti con Israele che non hanno piegato la Repubblica islamica, e dopo un fragile cessate il fuoco violato da entrambe le parti. Negli ambienti diplomatici europei si teme un’impennata dei prezzi del petrolio e una crisi alimentare globale, mentre da Pechino il ministro della Difesa ha avvertito Washington di non interferire con le relazioni commerciali e energetiche tra Cina e Iran: le petroliere cinesi continueranno a solcare le acque contese. Il premier britannico Keir Starmer ha preso le distanze, rifiutando di appoggiare il blocco e convocando una coalizione di quaranta Paesi per riaprire lo stretto, condannando al contempo l’iniziale chiusura imposta da Teheran. L’India, fortemente dipendente dal greggio della regione, segue con apprensione gli sviluppi, mentre il Pakistan tenta una mediazione per riportare le parti al tavolo prima della scadenza della tregua.

Sotto il profilo del diritto internazionale, la libertà di navigazione negli stretti è un principio cardine, come sottolineano esperti giuridici, e il blocco selettivo americano solleva interrogativi sulla sua legalità, specie quando rischia di configurarsi come pirateria di Stato ai danni di navi commerciali. L’Iran, da parte sua, aveva già chiuso di fatto lo stretto al traffico non autorizzato, imponendo un pedaggio; ora la Guardia rivoluzionaria avverte che qualsiasi minaccia ai porti iraniani scatenerà rappresaglie. E se gli Stati Uniti sostengono di aver distrutto gran parte della marina iraniana, Teheran conserva una flotta di imbarcazioni veloci d’attacco che potrebbero disturbare le operazioni di blocco.

L’Amministrazione Trump, accusando l’Iran di aver chiesto «a tutti i costi» un accordo, cerca di strangolare l’economia del regime per arrivare a nuovi colloqui da una posizione di forza. Tuttavia, prolungare l’interruzione del corridoio energetico più importante del mondo rischia di ritorcersi contro gli stessi Stati Uniti e i loro alleati, facendo salire il costo della benzina in Europa e nelle Americhe, e offrendo a Pechino l’opportunità di ergersi a garante della stabilità. La partita si gioca ora sul filo del rischio calcolato, con il mondo che trattiene il respiro.

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