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Blocco navale allo Stretto di Hormuz: gli equilibri globali in bilico

Dopo il fallimento dei colloqui in Pakistan, Trump impone un blocco ai porti iraniani. La mossa spacca gli alleati, allarma l'Europa, provoca Pechino e scuote i mercati del petrolio.

Economia21 testate4 lingue3 min letturaAgg. 09:38

L’entrata in vigore del blocco navale statunitense sullo Stretto di Hormuz segna un salto di qualità nella guerra ibrida tra Washington e Teheran. Fallite le 21 ore di negoziati a Islamabad, Donald Trump ha ordinato alla Marina di impedire l’accesso a qualsiasi nave diretta o in partenza dai porti iraniani, riservandosi di attaccare ogni imbarcazione che sfidasse il cordone. La Casa Bianca sostiene che l’obiettivo sia colpire il sistema di pedaggi imposti da Teheran alle petroliere in transito, ma la mossa equivale a un’estensione del conflitto che interroga il diritto internazionale e la tenuta degli equilibri energetici globali.

Sul fronte diplomatico, le reazioni disegnano una frattura profonda. Il Regno Unito, con Keir Starmer, ha rifiutato di appoggiare il blocco e ha convocato una coalizione di quaranta Paesi per chiederne la revoca, segnalando che l’Europa non intende farsi trascinare in un’escalation unilaterale. Dalla Cina, il ministro della Difesa Dong Jun ha ammonito Washington a non interferire con le navi di Pechino, ribadendo la validità degli accordi energetici con l’Iran e lasciando intendere che il Dragone non riconosce il blocco. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri iraniano in colloquio con l’omologo di Mosca, segue con preoccupazione le «azioni provocatorie» americane. Pakistan, che ha ospitato il negoziato, tenta una mediazione dell’ultim’ora per riportare le parti al tavolo prima che la fragile tregua collassi.

Sul piano economico, il corridoio da cui normalmente transitano fino a centoventi navi al giorno è ridotto a un filo: secondo fonti militari, solo tre o quattro mercantili al dì attraversano lo stretto. Il prezzo del Brent, dopo un’impennata iniziale, è ridisceso sotto i cento dollari nella speranza di nuove trattative, ma gli analisti di Bruxelles avvertono che un blocco prolungato colpirebbe le raffinerie mediterranee e il costo dei carburanti in Italia, già esposto alla volatilità della crisi mediorientale. L’ombra di una crisi alimentare globale evocata dall’Onu si allunga, mentre i ribelli Houthi, alleati di Teheran, potrebbero colpire lo stretto di Bab al-Mandab, strozzando un’altra arteria vitale del commercio marittimo.

Per Teheran, il tempo potrebbe giocare a favore: più a lungo lo stretto resta semi-paralizzato, più la pressione economica e politica ricade sugli Stati Uniti e sui loro alleati, rafforzando la mano negoziale iraniana. Washington, dal canto suo, cerca di fiaccare la resistenza della Repubblica Islamica con una strategia di soffocamento economico, ma rischia di trasformare il blocco in un atto di pirateria su scala globale, inimicandosi potenze che vedono in Pechino l’unica garante della libertà di navigazione. L’eventuale distruzione di natanti iraniani, minacciata da Trump con il parallelo delle operazioni antidroga al largo del Venezuela, alzerebbe il conflitto a un confronto diretto che nessun attore regionale può permettersi.

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