Arabia Saudita, il doppio volto della diversificazione: record nel 2025, poi la frenata del greggio
L'economia di Riyad tocca 1.310 miliardi di dollari spinta dal non-oil, ma nel primo trimestre 2026 la crescita rallenta al 3% e le attività petrolifere si contraggono. Marocco e Sudafrica mostrano dinamiche complementari, tra turismo e fragilità.

L’economia saudita si presenta con un profilo schizofrenico. Da un lato, il 2025 si è chiuso con un traguardo storico: un prodotto interno lordo reale di 1,31 trilioni di dollari, con i settori non petroliferi ormai capaci di generare il 55% della ricchezza nazionale e investimenti diretti esteri quintuplicati rispetto al 2017, fino a 35,5 miliardi di dollari. Dall’altro, il primo trimestre del 2026 ha segnato la crescita più fiacca da sei trimestri, un +3% su base annua che nasconde una contrazione trimestrale delle attività oil del 6,8%, la prima dopo quattro trimestri di vigorosa risalita. Il brusco ridimensionamento, registrato dall’autorità statistica di Riyad e ripreso dalla stampa economica araba, riflette l’impatto degli aggiustamenti produttivi concordati in sede OPEC+, che hanno spento il rimbalzo post-pandemico proprio mentre il Pil nominale si attestava attorno ai 339 miliardi di dollari.
Dietro questi numeri si legge la tensione strutturale di Vision 2030. I comparti non-oil — finanza, assicurazioni, servizi alle imprese — hanno continuato a espandersi a ritmi superiori al 5% annuo, alimentando l’occupazione e la domanda interna. Eppure il rapporto annuale del Programma nazionale di trasformazione segnala che il Fondo pubblico d’investimento (PIF) ha chiuso il 2025 con asset sotto gestione per 910 miliardi, ben al di sotto dell’obiettivo di 1,09 trilioni, mentre gli investimenti diretti esteri restano al 2,8% del Pil contro una meta del 3,4%. Persino il turismo religioso, trainato dal record di occupazione alberghiera a Medina (75%, massimo triennale), mostra la dipendenza da flussi di pellegrini che seguono logiche proprie, non sempre allineate ai cicli dell’economia globale.
La vicenda saudita trova un’eco istruttiva in altre due sponde del continente africano. Secondo gli istituti di statistica di Rabat, il Marocco ha messo a segno una crescita del 4,9% nel 2025, ma quasi tutta la spinta proviene dall’investimento pubblico — complice un eccezionale rimbalzo agricolo — mentre i consumi delle famiglie restano fiacchi e l’attività non agricola rallenta. Un’espansione, insomma, che somiglia molto a quella di Riyad per il peso dello Stato motore di ultima istanza. Parallelamente, il Sudafrica ha registrato un’inattesa espansione dello 0,5% nel primo trimestre 2026, con nove settori su dieci in territorio positivo e la finanza in testa; ma l’agenzia statistica di Pretoria avverte che l’impatto della guerra in Iran — con i suoi effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi energetici — non è ancora contabilizzato e potrebbe ribaltare il quadro già nella prossima rilevazione.
Per l’Italia e l’Europa, queste traiettorie intrecciate offrono segnali ambivalenti. La decelerazione saudita potrebbe moderare le quotazioni del barile, dando respiro a industrie e famiglie del continente, ma segnala anche la fragilità di un pilastro della stabilità mediorientale. Il dinamismo turistico marocchino, con quasi venti milioni di visitatori e 14,8 miliardi di dollari di incassi, è una promessa per le destinazioni mediterranee ma anche un monito: senza un’autentica trazione privata, la crescita resta vulnerabile. Nel quadrante afro-asiatico che va dal Golfo al Capo di Buona Speranza, la fase attuale appare come un laboratorio di modernizzazione a velocità variabile, dove i successi di oggi non mettono al riparo dagli shock di domani.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La Vision 2030 dell'Arabia Saudita produce risultati: l'economia supera i 1.300 miliardi di dollari, i settori non petroliferi trainano la crescita, il turismo a Medina registra il 75% di occupazione e gli investimenti diretti esteri sono quintuplicati, anche se alcuni obiettivi restano lievemente al di sotto delle attese. È un successo di diversificazione pragmatica, con risultati concreti di lungo termine.
Dietro i record del turismo marocchino e la crescita del 4,9% si nasconde una dipendenza eccessiva dagli investimenti pubblici e consumi interni deboli; nel frattempo, l’Arabia Saudita ha registrato l’espansione trimestrale più lenta in sei trimestri, con il crollo dell’attività petrolifera. I numeri invitano al pragmatismo, non alla festa.
La crescita non petrolifera saudita e i guadagni turistici marocchini sono notevoli, ma il Regno ha mancato obiettivi chiave della Vision 2030 e la modesta crescita sudafricana potrebbe presto risentire del conflitto con l'Iran. Gli analisti restano cauti, osservando se la diversificazione potrà compensare i rischi esterni.
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