AI, l’altra faccia della rivoluzione: truffe per un miliardo e la sfida del lavoro
Negli Stati Uniti le frodi con deepfake hanno sottratto 900 milioni di dollari, mentre aziende e governi scommettono sull’intelligenza artificiale per rilanciare economia e turismo. Ma serve una regia pubblica.

Nell’anno in cui l’intelligenza artificiale generativa prometteva di rivoluzionare il lavoro e la creatività, gli Stati Uniti hanno registrato il lato oscuro di questa trasformazione: quasi 900 milioni di dollari sottratti dai criminali informatici attraverso deepfake e clonazioni vocali. Le denunce all’FBI hanno superato le 22.000 unità, con un aumento del 74% tra gli adolescenti, sempre più bersaglio di raggiri che sfruttano volti e voci di familiari o celebrità. Non è un’eccezione americana: in Indonesia, dove le transazioni digitali hanno ormai toccato i 14,8 miliardi di operazioni, le campagne di sensibilizzazione invitano a non cliccare con leggerezza. La digitalizzazione di massa, accelerata in tutto il Sud-est asiatico, espone nuove fasce sociali a rischi un tempo confinati al mondo anglosassone.
Eppure lo stesso strumento che alimenta le frodi sta ridisegnando geografie economiche e produttive. In Brasile, la corsa all’intelligenza artificiale ha già coinvolto l’88% delle imprese, e il paese scopre di essere protagonista di una nuova economia basata sul “token” – la molecola di linguaggio che ogni modello consuma, e che dipende da energia e terre rare. L’Indonesia, dal canto suo, punta sull’AI per rilanciare il turismo dopo la pandemia: il ministero ha lanciato una piattaforma che personalizza l’offerta in base ai comportamenti digitali dei viaggiatori, un esperimento che anticipa come algoritmi e preferenze individuali plasmeranno le destinazioni del futuro. Anche in Italia, il settore turistico – colonna dell’economia – dovrà fare i conti con questa mediazione tecnologica.
Sul versante dell’occupazione, il messaggio dalla Silicon Valley è rassicurante. Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, sostiene che l’AI fungerà da equalizzatore, alzando il punto di partenza per i neolaureati anziché cancellare posti di lavoro. Una visione che si scontra con l’approccio libertario del presidente argentino Javier Milei, il quale vorrebbe lasciare tutto al mercato, smantellando ogni regolazione. Buenos Aires si isola così dal consenso delle grandi potenze: a Washington, Pechino e Bruxelles, l’intelligenza artificiale è considerata una questione strategica, legata al controllo delle infrastrutture e alla sovranità nazionale. L’Unione europea, con il recente AI Act, ha scelto la via della regolamentazione per coniugare innovazione e diritti fondamentali, un modello che farà da apripista anche per l’Italia e le sue piccole e medie imprese, particolarmente esposte sia alle opportunità sia ai pericoli della nuova frontiera digitale.
Gli analisti concordano: le truffe si evolveranno di pari passo con la tecnologia, rendendo insufficienti le difese individuali. Serviranno cooperazione internazionale e una diffusa alfabetizzazione digitale, soprattutto nei paesi del Sud globale dove l’adozione procede più rapida della consapevolezza. Mentre il Brasile e l’Indonesia esplorano un futuro fatto di token e algoritmi, l’Europa dovrà decidere se candidarsi a guida normativa globale o subire le scelte altrui. La posta in gioco non è solo economica: è la capacità di governare una rivoluzione che, altrimenti, rischia di scivolare via da ogni controllo democratico.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'intelligenza artificiale porta con sé rischi concreti, come la proliferazione di truffe online, ma anche opportunità per settori come il turismo. È indispensabile una maggiore educazione digitale per sfruttare i vantaggi senza esporsi a nuovi pericoli.
L'AI sarà un grande equalizzatore, capace di aprire porte ai neolaureati anziché distruggere posti di lavoro. Il futuro resta luminoso grazie a strumenti che amplificano creatività e produttività.
La rivoluzione dell'AI si gioca sul controllo di risorse come energia e token. Affidarsi esclusivamente al mercato, come propongono alcuni governi, mina la sovranità nazionale e approfondisce la dipendenza dalle grandi potenze tecnologiche straniere.
I timori di una disoccupazione di massa causata dall'AI sono esagerati; il vero ostacolo per i giovani lavoratori è il lavoro da remoto, che impedisce l'apprendimento sul campo. Per i CEO coraggiosi, l'AI è uno strumento per liberarsi dalla morsa delle società di consulenza.
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