Afghanistan, la protesta anti-hijab finisce nel sangue: un morto a Herat
Una rara manifestazione per i diritti delle donne è stata repressa a colpi d'arma da fuoco dalla polizia religiosa. L'Onu denuncia 30 detenute, tra cui una incinta. Mosca avverte i turisti russi.

Martedì pomeriggio, nella città di Herat, nell'Afghanistan occidentale, una protesta contro l'arresto di donne accusate di violare l'obbligo del velo è stata dispersa con la forza dalle autorità talebane. Testimoni oculari riferiscono di almeno un morto, diversi feriti e decine di arresti, tra cui donne e ragazze. Le autorità di Kabul non hanno confermato le vittime. La manifestazione, una delle rare sfide pubbliche al regime dal ritorno al potere nell'agosto 2021, è esplosa dopo che la polizia religiosa aveva detenuto un gruppo di donne per infrazioni al codice di abbigliamento. Un testimone ha raccontato a Radio Farda, emittente in lingua persiana, di aver visto i talebani aprire il fuoco all'incrocio di Bahar e poi inseguire i manifestanti nei vicoli circostanti.
La repressione si inserisce in un'interpretazione sempre più rigida della sharia, che considera il volto femminile 'awrah', parte intima da celare integralmente. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio impone un abbigliamento che copra completamente corpo e viso, con tessuti opachi e senza fessure per gli occhi – è ammessa solo una retina – e calze spesse. Il capo dell'ufficio di Herat, lo sceicco Aziz al-Rahman al-Muhajir, ha liquidato le notizie di arresti come tensioni create da chi si oppone a un obbligo religioso. Eppure, secondo quanto riferito al Consiglio di Sicurezza dell'Onu da Georgette Gagnon, responsabile ad interim della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, circa trenta donne erano state fermate nei giorni precedenti, tra cui una in stato di gravidanza. Da Mosca, il centro affari russo in Afghanistan ha diffuso un avviso che mette in guardia le turiste russe: il mancato rispetto delle norme sull'abbigliamento può comportare l'arresto, e le prescrizioni – tessuto pesante, colori spenti, nessuna fessura per gli occhi – sono dettagliate con precisione inusuale.
La denuncia dell'Onu e l'allarme russo mostrano come la questione travalichi i confini afghani. Gli analisti occidentali leggono nella violenta repressione di Herat un ulteriore giro di vite dell'apartheid di genere imposto dai talebani, che già esclude le donne dall'istruzione secondaria e dalla gran parte dei lavori. Per l'Italia e l'Europa, l'episodio ribadisce l'impossibilità di normalizzare le relazioni con un regime che viola sistematicamente i diritti fondamentali, un nodo che condiziona ogni timido tentativo di dialogo diplomatico. La protesta, per quanto schiacciata in poche ore, segnala una resistenza carsica che potrebbe riemergere, ma la capacità repressiva del regime e la sua rigidità ideologica rendono improbabile una sollevazione su larga scala.
L'avvertimento russo ai turisti indica che anche i paesi più cautamente aperti a un'interlocuzione con Kabul, come la Russia, sono costretti a prendere atto dei rischi concreti per i propri cittadini. La comunità internazionale resta divisa tra l'isolamento totale, che aggraverebbe il collasso umanitario, e un coinvolgimento che rischia di legittimare leggi misogine. In questo stallo, le donne afghane continuano a essere le prime vittime di una contraddizione irrisolta.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La polizia di Herat ha disperso una protesta per i diritti delle donne dopo che la polizia morale talebana aveva arrestato donne per presunte violazioni del codice di abbigliamento obbligatorio. Secondo testimoni, una persona è morta, diverse sono rimaste ferite e decine sono state arrestate, ma le autorità talebane non hanno confermato vittime né fermi.
Le forze talebane hanno attaccato a Herat un raduno di attiviste per i diritti delle donne e oppositrici dell’hijab obbligatorio. Un testimone ha riferito a un’emittente finanziata dall’Europa che almeno una persona è stata uccisa, diverse sono rimaste ferite e decine sono state arrestate, mentre le autorità talebane hanno rifiutato ogni commento.
I talebani hanno aperto il fuoco su manifestanti che protestavano contro l’arresto di donne per violazione del codice di abbigliamento imposto. Un alto funzionario dell’ONU ha riferito che circa 30 donne erano state detenute dalla polizia morale, e le forze di sicurezza hanno usato la forza letale per disperdere la folla, causando vittime e arresti.
Le donne russe in viaggio in Afghanistan sono state avvertite del rischio concreto di arresto per abbigliamento considerato non conforme alle severe norme islamiche locali. Un centro commerciale russo ha segnalato recenti detenzioni di donne per violazioni del codice di abbigliamento e ha diffuso linee guida dettagliate: indumenti spessi, non appariscenti, ampi, con copertura totale di viso, mani e piedi, compreso velo a rete senza aperture per gli occhi.
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